Per lungo tempo la bellezza esteriore non è stata annoverata tra qualità necessarie agli scrittori. Anzi spesso associata a ristrettezza mentale, sembrava quasi un affronto che una bella donna potesse scrivere e un bell'uomo avere la facoltà di narrare cose interessanti. Quasi a volerli punire per i doni eccessivi che la natura aveva elargito loro. O più spesso, in realtà, lo scrittore serio era immaginato sciatto, estraneo alla leggerezza dell'estetica, compreso com'è nei suoi cervellotici pensieri, e quindi poco si pretendeva, se non una foto passabile. Ebbene negli ultimi anni le cose sono cambiate, complice lo star system e gli agenti che si vendono gli scrittori come attori, anche loro, i defilati per antonomasia, vengono stanati, ripuliti e studiati per essere valorizzati. Ecco quindi spuntare in bandelle o quarte, foto ammiccanti di bei pelatoni ricchi di fascino e testosterone, barbuti tranquillizzanti e sexy, donne seriose ma scollate o con belle gambe in vista, e comunque pettinate, truccate, e fotografate con le luci giuste. Insomma lo scrittore bello ora attira e seppure da esordiente era uno scorfano impresentabile, al primo successo diventa un sogno proibito. E fa vendere di più. Spunta allora un sentimento di nostalgia nel ritrovare vecchi libri o articoli le cui foto, impietose e figlie di un epoca che sembra lontanissima, ce li mostrano come erano, e quasi ci sembra di sbirciare di nascosto la foto sulla patente di un amico.
mercoledì 24 aprile 2013
La bellezza dello scrittore
Per lungo tempo la bellezza esteriore non è stata annoverata tra qualità necessarie agli scrittori. Anzi spesso associata a ristrettezza mentale, sembrava quasi un affronto che una bella donna potesse scrivere e un bell'uomo avere la facoltà di narrare cose interessanti. Quasi a volerli punire per i doni eccessivi che la natura aveva elargito loro. O più spesso, in realtà, lo scrittore serio era immaginato sciatto, estraneo alla leggerezza dell'estetica, compreso com'è nei suoi cervellotici pensieri, e quindi poco si pretendeva, se non una foto passabile. Ebbene negli ultimi anni le cose sono cambiate, complice lo star system e gli agenti che si vendono gli scrittori come attori, anche loro, i defilati per antonomasia, vengono stanati, ripuliti e studiati per essere valorizzati. Ecco quindi spuntare in bandelle o quarte, foto ammiccanti di bei pelatoni ricchi di fascino e testosterone, barbuti tranquillizzanti e sexy, donne seriose ma scollate o con belle gambe in vista, e comunque pettinate, truccate, e fotografate con le luci giuste. Insomma lo scrittore bello ora attira e seppure da esordiente era uno scorfano impresentabile, al primo successo diventa un sogno proibito. E fa vendere di più. Spunta allora un sentimento di nostalgia nel ritrovare vecchi libri o articoli le cui foto, impietose e figlie di un epoca che sembra lontanissima, ce li mostrano come erano, e quasi ci sembra di sbirciare di nascosto la foto sulla patente di un amico.
lunedì 22 aprile 2013
IN CUCINA CON LO SCRITTORE: Laura Rico, Ballerine di carta, Ciesse Edizioni, 2012
Interviste culinarie di
Federica Gnomo Twins
Oggi salutiamo e ringraziamo l'autore Laura Rico, Ballerine di carta, CIESSE
Edizioni, 2012 per averci aperto la porta della sua cucina.Questo libro si addice molto a questa intervista essendo ricco di ricette antiche di famiglia.
Ballerine
di carta, edito da CIESSE Edizioni nell'aprile 2012, è un romanzo
storico-sentimentale ambientato in Veneto, precisamente nella cittadina termale
di Abano Terme. Bianca, ormai anziana, riceve in dono il diario scritto molti
anni prima dalla cara amica Dora, regalo che sarà occasione per abbandonarsi ai
ricordi e per rivivere emozioni e dolori che il tempo ha offuscato. Sullo
sfondo degli avvenimenti storici che hanno caratterizzato il ventennio durante
il regime fascista, Bianca cerca di dare un senso agli eventi che hanno messo a
dura prova la sua esistenza e quella dell'amata amica Dora, dall'ascesa del
fascismo alla seconda guerra mondiale. La giovane Bianca, incapace di piegarsi
ai voleri di una famiglia all'antica e di un fidanzato fascista, si ribella
alle convenzioni e sfida l'intransigente zio e le assurde regole imposte alla
“nuova donna italiana” lasciandosi prendere per mano da Costante, membro delle
buona società aponense, ma sfrenato donnaiolo e sovversivo. Le pagine sono
pervase dalle eco della cultura popolare veneta, si tratti di dialetto e usanze
tipiche, di costumi o vecchi giochi, ma soprattutto di aromi e sapori che si
possono ritrovare nei piatti della tradizione. Fritole e galani,
quindi, pevarini e fugazze, ma anche un pizzico di
magia.
La prima domanda di rito è: le piace
mangiare bene? E cucinare?
Mi piace mangiare bene, dai piatti tradizionali
alle novità del momento. Amo la cucina della tradizione e adoro tutto ciò che è
dolce. Devo fare una confessione: sono una patita della pizza Margherita, che
mangerei in ogni momento. Sì, mi piace cucinare, c'è persino chi dice che io
sia una brava cuoca.
Lo fa per dovere o per piacere?
In cucina e nella vita sono piuttosto umorale: se
in giornata buona (e quelle son le giornate in cui produco molto in ogni
settore, scrittura compresa) dalla mia cucina fuoriescono odori e aromi
sopraffini, dessert inclusi. Talvolta, però, a “profumare” è soltanto il
tostapane. Dovere o piacere, quindi? Forse non mi resta che dire: “Dipende!”.
Quel che è invece un vero piacere è sfornare dolci: focacce, biscotti,
tiramisù, gelati e budini. Fin da quand'ero una ragazzina ho scoperto che
lavorare insieme burro, uova, zucchero e farina mi mette di buonumore: un
effetto terapeutico irrinunciabile.
Invita amici o è più spesso
invitato?
Invito, soprattutto se ho scoperto una nuova
ricetta da proporre (rigorosamente già sperimentata da marito e figli, non amo
le sorprese). Adoro le cene nella nostra taverna, le chiacchierate accanto al
caminetto acceso, il profumo della legna che arde, la tavola imbandita e un
buon bicchiere di vino. E a chi non piacerebbe?
Ha mai conquistato amici o un uomo
cucinando?
Mio marito. Credo. Forse. Mah... Sono convinta che
i miei dolci siano degni di un pasticciere, ma chissà se a distanza di anni la
mia dolce metà mi confiderà di averli apprezzati soltanto per amore. Quel che è
certo è che gli amici escono sempre soddisfatti dalla mia cucina. Non posso
chiedere di più.
Vivrebbe con una compagna o un compagno che non sa mettere
mani ai fornelli?
Certo che sì, ma che soddisfazione quando mio marito si mette ai fornelli
per me!
Quando ha scoperto questa sua
passione?
Da ragazza, quando ho iniziato a compilare il mio
quadernetto delle ricette (provate e approvate) che ancora conservo.
Ci racconta il suo primo ricordo
legato al cibo?
È un ricordo legato a mia nonna che faceva i
galani (cenci, chiacchiere, frappe...) più buoni del mondo. La rivedo ancora
nella sua cucina a tirare la pasta con il mattarello e a friggere quelle
prelibatezze in una vecchia pentola (altro che friggitrice). Li ho offerti ai
compagnetti delle scuole elementari, agli amici delle medie e perfino a quelli
delle superiori: i galani di nonna Ada sono stati conosciuti e apprezzati negli
anni da molti amici, anche dai colleghi di lavoro.
Ha un piatto che ama e uno che
detesta?
Da brava italiana adoro le lasagne al forno, ma
detesto tutto ciò che è frattaglia (cervella, fegato, cuore, ecc.) o, peggio,
le lumache.
Un colore dominante proprio di cibi
che la disgustano?
Verdino/marroncino luccicante e sbrodolante.
Quando è in fase creativa ha un rito
scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, una bibita speciale per stare
fermo a scrivere?
Caffè, seguito da caffè per finire con caffè.
Niente riti scaramantici, ma caffè bollente, lungo e rigorosamente amaro.
Scrive mai in cucina?
Scrivo SEMPRE in cucina. Apro il mio portatile sul
tavolo della stanza più vissuta della casa ed è lì che arrivano le idee
migliori.
A che ora le viene più naturale?
Non c'è un'ora più congeniale per farlo.
L'ispirazione quando arriva, arriva e se per caso sono fuori casa mi si può
vedere fermare l'auto, estrarre il mio taccuino dalla borsetta, penna alla mano
ed eccomi pronta per buttar giù qualche appunto che nel giro di qualche minuto
fuggirebbe dalla mia mente. Eh sì, le parole perfette non tornano più.
Si compra cibo pronto (tramezzini,
pizza, snack) o si cucina anche quando è molto presa dalla scrittura?
Cucino. Adoro tramezzini, pizza e snack vari, ma i miei figli preferiscono
la pastasciutta.
Che tipo di cibo desidera di più
quando scrive ed è preso dal suo lavoro? Salato o dolce?
Dolce o salato, non ho preferenze purché ci sia il caffè, naturalmente.
Ha un aneddoto legato al cibo da
raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
Quand'ero bambina, negli anni '70, si usava molto
fare gite fuori porta che erano sempre l'occasione per organizzare dei picnic
luculliani. Tutta la famiglia (nonni, zii, cugini, fino ai parenti più lontani)
si adoperava per non far mancare nulla, dall'antipasto al dolce, a tavoli,
sedie e ombrelloni. Ricordo con particolare nostalgia quelle enormi fette di
anguria che il nonno tagliava per noi bambini affinché potessimo affondarvi i
denti e tutta la faccia. E non aveva importanza se ci sporcavamo i vestiti o se
ci sputavamo addosso i semi a vicenda, nessuno ci avrebbe rimproverati per una
cosa del genere. Ah, i tempi sono un po' cambiati. Chissà se davvero in meglio!
Lei è uno scrittore di romanzi, quando
esce a cena con i suoi figli, o amici
che tipo di locale preferisce? E quando esce con suo marito?
Oppure per festeggiare una
pubblicazione? Cosa tende a ordinare in
un locale?
Con amici e figli non ci sono preferenze, dalla
pizzeria alla trattoria tutto va bene. Con il marito le cose cambiano: mi
piacciono i locali romantici, poco affollati, dove si mangia pesce.
Nelle sue presentazioni offre un
buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
Tende a fare un aperitivo con due
olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
Penso che chiudere una serata con qualcosa da
mettere sotto i denti sia sempre piacevole. Mi è capitato di offrire i dolcetti
menzionati nel romanzo (sono riportate
anche le ricette). Si tratta di dolci della tradizione veneta che sono
stati molto graditi, tra l'altro.
In “Ballerine di carta” ci
sono ricette, passi che ricordano cibi o profumi di cibo.
Il cibo è protagonista?
La cultura culinaria della tradizione è un aspetto
importantissimo nel romanzo. Un romanzo si definisce storico quando è
ambientato in un'epoca storica e intende trasmetterne lo spirito, i
comportamenti e le condizioni sociali attraverso dettagli realistici e con
un'aderenza ai fatti documentati. Va da sé che non è possibile dipingere
un'epoca storica senza affrontare il tema del cibo che è un elemento
importantissimo per aiutare il lettore a “entrare” nel periodo di riferimento
attraverso profumi, aromi e, nel mio caso, manciate di caramelle all'orzo.
“Ballerine di carta” a che ricetta lo legherebbe, e perché?
Sicuramente ai pevarini (peperini),
deliziosi biscotti rustici al pepe che venivano venduti durante le sagre
paesane, dolci al primo assaggio, ma che pizzicavano lievemente la lingua dopo qualche
istante. Un po' come la storia del romanzo, una
struggente avventura d'amore che si trasforma in una storia parecchio dura
anche se alla fine ci lascia nuovamente un dolce sentore di ottimismo e
di speranza.
Per concludere ci potrebbe regalare
una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?
Penso che regalerò proprio la ricetta dei biscottini al pepe, molto
particolare direi.
PEVARINI
peperini
Ingredienti: 700 g
di farina bianca, 450 g di melassa, 50 g di strutto, 1 cucchiaio di pepe bianco
macinato (aumentare a piacere), 1 bustina di lievito, 1 pizzico di sale.
Impastare tutti gli ingredienti fino a ottenere un impasto omogeneo.
Stendere la pasta in una sfoglia di circa mezzo centimetro e ricavarne dei
biscotti lunghi e stretti. Adagiare i biscotti su una piastra imburrata e
infornarli a 175° per 15/20 minuti. Una volta sfornati spennellare con uno
sciroppo di acqua e zucchero.
Quale complimento le piace di più
come cuoco?
“Favoloso, mi dai la ricetta?”
E come scrittore?
“Favoloso, non riesco a scollarmi dalle pagine del tuo libro”. Potrei chiedere di più?
Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di scrittore
possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
“Bianco.
Immaginai che il colore della nostra speranza fosse il bianco che, pur essendo
senza tinta, conteneva tutti i colori esistenti. Bianco, il colore della gioia,
della purezza, della nascita, perfino della resa. Ecco, sentivo la pace
scendere lentamente nel mio spirito e rendere fertile la mia anima perché la
speranza potesse germogliarvi”. Perché credo che la speranza altro non sia che cibo per
la mente e per lo spirito.
Grazie per la sua disponibilità e
per le belle risposte.
Il libro mi ha incuriosito.
sabato 20 aprile 2013
TEA for TWO: tortine morbide alla marmellata
Questi sono dolcetti facili da fare senza sporcarsi le mani. Basta avere dei pirottini da crostatine.O uno stampo unico da 24 cm, tanto la torta viene buona lo stesso.
Ingredienti:
due uova intere
4 cucchiai di zucchero
100 g di latte
100 g di olio di semi di arachide
2 etti di farina 00
un cucchiaino di lievito per dolci
un pizzico si sale
un vasetto di marmellata a basso tenore di zucchero, di fragola, o ciliegia. O come vi pare. L'ideale sarebbe fatta in casa.
Procedimento:
In un mixer mettere lo zucchero con le uova e montarli insieme. Aggiungere il latte, la farina e l'olio e il sale. Amalgamare tutto molto bene. Infine unire il cucchiaino di lievito da dolci. Ne risulterà un composto denso, che verserete dentro i pirottini per un cm di altezza, in ogni pirottino mettete un cucchiaio di marmellata e la allargherete per bene col cucchiaio(per facilitare l'operazione travasate la marmellata in una ciotola con un cucchiaio di acqua e mescolatela velocemente). Versate l'impasto rimasto nel bicchiere del mixer, che avrete lasciato apposta, sopra la marmellata facendo due strisce incrociate.
Infornare a 180° per 25 minuti, si gonfieranno un po'e prenderanno l'aspetto di tortine morbide alla marmellata.
Buona merenda!
E buona lettura di:ANGEL un grandissimo successo
Ingredienti:
due uova intere
4 cucchiai di zucchero
100 g di latte
100 g di olio di semi di arachide
2 etti di farina 00
un cucchiaino di lievito per dolci
un pizzico si sale
un vasetto di marmellata a basso tenore di zucchero, di fragola, o ciliegia. O come vi pare. L'ideale sarebbe fatta in casa.
Procedimento:
In un mixer mettere lo zucchero con le uova e montarli insieme. Aggiungere il latte, la farina e l'olio e il sale. Amalgamare tutto molto bene. Infine unire il cucchiaino di lievito da dolci. Ne risulterà un composto denso, che verserete dentro i pirottini per un cm di altezza, in ogni pirottino mettete un cucchiaio di marmellata e la allargherete per bene col cucchiaio(per facilitare l'operazione travasate la marmellata in una ciotola con un cucchiaio di acqua e mescolatela velocemente). Versate l'impasto rimasto nel bicchiere del mixer, che avrete lasciato apposta, sopra la marmellata facendo due strisce incrociate.
Infornare a 180° per 25 minuti, si gonfieranno un po'e prenderanno l'aspetto di tortine morbide alla marmellata.
Buona merenda!
E buona lettura di:ANGEL un grandissimo successo
A Viterbo vive una
comunità di angeli integrati con la popolazione. Vichy è l'unico angelo senza
ali in una famiglia di angeli perfetti. Guglielmo è il suo opposto: un demone,
il suo potenziale assassino. Nonché il ragazzo di cui si è perdutamente
innamorata, fin dal primo momento in cui i suoi occhi si sono posati su di lui.
Che futuro potrà mai avere questa passione maledetta, questo amore tutto
sbagliato, inaccettabile, che sembra negare ogni possibilità di lieto fine?
mercoledì 17 aprile 2013
Home sweet Gnome: appendiabiti con legno vecchio e pomelli
Questa è una idea molto carina!
Se avete delle vecchie travi di legno buttate in giardino, o passeggiando sulla spiaggia trovate pezzi di legno sbiancato potete farne delle appenderie per un po' di tutto ( collane, cappelli, asciugamani ecc) usando dei pomelli da cassettiere che si trovano nelle ferramenta a pochi euro. Basta pulire il legno da terra o sabbia, magari passare un'impregnante opaco trasparente all'acqua, lasciandolo grezzo, e avvitare a 16/ 20 cm di distanza fra loro i pomelli. Questo oggetto è adatto a ingressi o bagni a secondo del tipo dei pomelli.
Regala molta soddisfazione.
Se avete delle vecchie travi di legno buttate in giardino, o passeggiando sulla spiaggia trovate pezzi di legno sbiancato potete farne delle appenderie per un po' di tutto ( collane, cappelli, asciugamani ecc) usando dei pomelli da cassettiere che si trovano nelle ferramenta a pochi euro. Basta pulire il legno da terra o sabbia, magari passare un'impregnante opaco trasparente all'acqua, lasciandolo grezzo, e avvitare a 16/ 20 cm di distanza fra loro i pomelli. Questo oggetto è adatto a ingressi o bagni a secondo del tipo dei pomelli.
Regala molta soddisfazione.
lunedì 15 aprile 2013
IN CUCINA CON LO SCRITTORE Grazia Gironella, "Per scrivere bisogna sporcarsi le mani" Eremon edizioni, 2012
Interviste
culinarie di Federica Gnomo Twins
Oggi salutiamo e ringraziamo Grazia Gironella, autrice di "Per
scrivere bisogna sporcarsi le mani" (Eremon Edizioni, 2011) per averci
aperto la porta della sua cucina.
Questo manuale di scrittura nasce con l'intento di avvicinare alla
conoscenza dei meccanismi narrativi gli aspiranti scrittori che si sono sempre affidati
soltanto alla passione e al talento, e vuole essere uno strumento di
miglioramento sintetico, completo e alla portata di tutti.
La prima domanda di rito è: le piace
mangiare bene? E cucinare?
Considero mangiare bene un'esperienza di grande valore. Quanto a cucinare,
mi piace purché non mi impegni troppo tempo, e questo fa sì che io ceda
volentieri lo scettro della cucina a mio marito Paolo, che è un ottimo cuoco.
Quando partecipo, di solito è nel ruolo di aiutante... e di utente finale,
naturalmente.
Lo fa per dovere o per piacere?
Ho la fortuna di non dover cucinare ogni giorno, perciò lo faccio per diletto,
cucinando le cose che mi riescono meglio: dolci e zuppe. Comunque anche con i
primi piatti non me la cavo affatto male.
Invita amici o è più spesso invitato?
Né l'una cosa né l'altra. Mi piace apprezzare la compagnia delle persone
senza avere (e senza che abbiano) la distrazione degli impegni di cucina, e
visto che i miei amici la vedono quasi tutti allo stesso modo finiamo più
spesso con il trovarci al ristorante.
Ha mai conquistato amici o un uomo
cucinando?
Devo dire di no, anzi, è un aspetto del cibo che non ho mai considerato. In
ogni caso avrei pochissime frecce al mio arco!
Vivrebbe con un compagno che non sa mettere mano ai
fornelli?
Certo che sì. Il fatto che a mio marito piaccia cucinare è solo un gradito
(e comodissimo!) sovrappiù.
Quando ha scoperto questa sua
passione?
Per definirla "passione" la cucina dovrebbe avere più spazio nei
miei pensieri. Certo quando preparo una torta o una zuppa di spinaci lo faccio con
piacere, e sono anche molto orgogliosa di come riesco a mantenere l'ordine in
cucina durante le mie performance – soprattutto perché il cuoco di casa si
comporta da artista, e riduce la cucina a un vero caos. Del cucinare mi piacciono
in particolare due aspetti: aggiungere un po' di questo e un po' di
quell'ingrediente seguendo la mia fantasia, stile strega che prepara la pozione,
e "mettere le mani" negli ingredienti, come si fa con le polpette o con le cose che
si impastano. A pensarci bene, forse non è per caso che il mio manuale di
scrittura si intitola "Per scrivere
bisogna sporcarsi le mani"...
Ci racconta il suo primo ricordo
legato al cibo?
Dall'infanzia mi arrivano ricordi di dolciumi: crema al mascarpone e salame
dolce. Non dimentico come li mangiavo a bocconi minuscoli per non finirli... e
di come fosse difficile non ripartire daccapo, dopo!
Ha un piatto che ama e uno che
detesta?
Mi piace quasi tutto, perciò mi è difficile individuare un piatto preferito
tra i tanti. A volerne citare un paio, direi la pasta con i broccoli e il pesto
alla genovese. Non amo invece i piatti molto elaborati e conditi; infatti una
delle caratteristiche che mi fa percepire un piatto come "buono" è la
sua leggerezza e fedeltà al gusto originale degli ingredienti.
Un colore dominante proprio di cibi
che la disgustano?
I colori mi piacciono tutti, sempre e dovunque. Piuttosto, a seconda
dell'umore provo un piacere speciale a mangiare cibi di un certo colore – o accostamento
di colori – per riceverne un senso di energia o di armonia.
Quando è in fase creativa ha un rito
scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, una bibita speciale per stare
ferma a scrivere?
Il caffè mi aiuta quando sono giù di tono, in particolare nella fase del
brainstorming, mentre cerco di spaziare tra le idee per scegliere le migliori.
Non ne bevo più di uno al giorno, però, perché subisco molto anche i suoi
effetti eccitanti. D'inverno, poi, una buona tisana calda sul tavolo a lato del
portatile mi dà un senso di benessere.
Scrive mai in cucina?
Qualche volta capita.
Altrimenti dove ama scrivere? e a
che ora le viene più naturale?
Ho la scrivania con il PC fisso in una nicchia nel soggiorno, ma quando uso
il portatile sfrutto spesso la penisola della cucina. Se potessi davvero
scegliere, però, mi creerei una stanza tutta per me al piano di sopra, possibilmente
con una bella visuale sul paesaggio (i monti che ho dietro casa andrebbero
benissimo). Il mio momento d'oro per la scrittura è il mattino, anche all'alba.
In quelle ore riesco a essere davvero produttiva, sia come qualità che come
quantità.
Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza,
snack) o si cucina anche quando è molto preso dalla scrittura?
Se non avessi mio marito che cucina per me e un figlio da nutrire in modo
equilibrato, temo che mi capiterebbe di liquidare alcuni pasti con qualche cracker
e due fette di prosciutto, soprattutto quando ho qualche scadenza da
rispettare.
Che tipo di cibo desidera di più
quando scrive ed è preso dal suo lavoro? Salato o dolce?
Il fatto di scrivere non modifica i miei gusti: dei cibi salati non potrei
fare a meno, di quelli dolci sì.
Ha un aneddoto legato al cibo da
raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
Mi viene in mente che non mangio frattaglie, ma quando vado in Scozia non
mi perdo il loro ottimo haggis, di
cui è meglio non conoscere la ricetta... e poi ricordo con piacere il sacchetto
di bastoncini di renna comperato in Finlandia, soprattutto per la sua stranezza.
In realtà mi piace molto assaggiare cose nuove, ma mi sto allontanando dalla
carne, perciò la gamma degli esperimenti gastronomici va restringendosi.
Lei è una scrittrice di narrativa e
saggistica. Quando esce a cena con i suoi figli o amici, che tipo di locale preferisce? E quando esce
con suo marito? Oppure per festeggiare una pubblicazione? Cosa tende a ordinare in un locale?
A prescindere dall'occasione e dalle persone che sono con me, ho una
predilezione per i locali non troppo pretenziosi ma di atmosfera e curati nel
menù. Il cameriere che mi versa il vino o un piatto nouvelle cuisine del genere molta-apparenza-poca-sostanza sono veri
deterrenti per me. Non faccio mai un pasto completo; di solito la mia
combinazione è antipasto-primo-contorno-caffé, oppure
secondo-contorno-dolce-caffé.
Nelle sue presentazioni offre un
buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
Tende a fare un aperitivo con due
olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
Non ho ancora avuto occasione di fare presentazioni, perché un manuale di
scrittura ha un pubblico molto specifico, più facile da raggiungere tramite
internet, ma prossimamente mi dovrò porre il problema, visto che sta per essere
pubblicato il mio romanzo "Due vite possono bastare" (salvo modifiche
al titolo). Credo che offrirò al massimo un aperitivo con olive e patatine,
perché si rischia di complicare troppo l'organizzazione senza per questo
rendere l'incontro più interessante.
Ha mai usato il cibo in qualche
storia? Il cibo è mai protagonista? "Per scrivere bisogna sporcarsi le
mani" a che ricetta lo legherebbe, e perché?
Il cibo non è mai stato protagonista nelle mie storie, ma è sempre presente
in una certa misura. I cinque sensi giocano un ruolo importante nelle
descrizioni, e spesso qualche accenno al cibo come sapore-odore-colore è quello
che ci vuole. Niente di strano, se si considera l'importanza dell'alimentazione
nella nostra vita. Paradossalmente, l'aggiunta di dettagli gustativi diventa
ancora più fondamentale quando creo un mondo fantastico, per aiutare il lettore
a percepirlo come reale. Considero "Per scrivere bisogna sporcarsi le
mani" un piatto nutriente e ben equilibrato, come una buona pasta e
fagioli.
Per concludere ci potrebbe regalare
una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?
TORTA AL COCCO
In famiglia riscuote molto successo la torta al cocco, semplicissima. Gli
ingredienti sono: 180 grammi di farina, 180 grammi di fecola, 160 grammi di farina di cocco, 230
grammi di zucchero, 200 ml di latte e 50 ml panna liquida, 160 grammi di olio
di semi, 2 uova e una bustina di lievito per dolci. Si mescolano la farina
setacciata, la fecola e la farina di cocco, si aggiunge lo zucchero, poi l'olio
e alla fine il latte, sempre mescolando (io uso la frusta elettrica a bassa
velocità). Alla fine si aggiungono le uova e la bustina di lievito setacciato.
La torta deve cuocere in forno a 180° per una mezz'ora. Esiste anche la
versione in cui si aggiungono gocce di cioccolato prima della cottura, oppure si
spolvera di cacao prima di servire, ma la versione base è già ottima.
Quale complimento le piace di più
come cuoco?
Uso il condizionale, vista la mia situazione: mi piacerebbe sentirmi dire
che ho fantasia.
E come scrittore?
Mi gratifica sentir dire di un mio racconto che è troppo bello per durare
così poco, e di un mio romanzo che trasmette emozioni intense. Per il manuale
naturalmente il miglior complimento è che sia stato utile.
Che frase tratta dalla sua
esperienza di scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
Vorrei lasciare un doppio messaggio: mai rinunciare a un sogno senza combattere,
mai dimenticare che il cibo è un piacere collegato alla nostra salute.
Grazie per la sua disponibilità.
Grazie a lei per l'opportunità che mi ha offerto di parlare di me e del mio
lavoro. È stata un'intervista particolarmente stimolante e piacevole.
giovedì 11 aprile 2013
Biancaneve critica: Intervista con Dorotea De Spirito
Biancaneve critica: Intervista con Dorotea De Spirito: Rieccomi lettori. Oggi sono qui con l'intervista alla giovane autrice viterbese Dorotea De Spirito. Nata il 23 maggio del 1991 ha vissu...
lunedì 8 aprile 2013
IN CUCINA CON LO SCRITTORE Giuseppe Galato, Breve guida al suicidio
Interviste culinarie di
Federica Gnomo Twins
Oggi salutiamo e ringraziamo l‘autore Giuseppe Galato, “Breve guida al
suicidio”, Edizioni La Gru, Marzo 2013 per averci aperto la porta della sua
cucina.
Woody Allen che incontra i Monty Python a un party organizzato da Douglas Adams.
Scritto sotto forma di saggio, “Breve
Guida Al Suicidio” è una delirante analisi che, prendendo spunto dal tema
del suicidio, unisce alla comicità
psicanalitica e filosofica di Woody Allen il sarcasmo nonsense dei Monty Python, il tutto catapultato in un
universo per certi versi accostabile a quello di “Guida Galattica Per Gli Autostoppisti”.
Nel “saggio” il tema del suicidio diventa pretesto per seguire le storie di
vari personaggi all’interno di un mondo non troppo dissimile dal nostro dove il
cinismo e la satira sociale la fanno da padrone: politica, storia, religioni,
società capitalistica, vengono stravolte e analizzate all’interno di “Breve
Guida Al Suicidio”.
Stravolte nella messa in scena ma non nel senso: “Breve Guida Al Suicidio”,
sebbene tratti il tema con i toni del nonsense,
della fantascienza, dell’assurdo, è al contempo un’attenta analisi dalla società contemporanea.
Il mondo di “Breve Guida Al Suicidio”, sebbene diverso dal nostro nella
forma, lo possiamo accostare al nostro nei concetti e nei rapporti sociali che
ne vengono fuori.
In “Breve Guida Al Suicidio” è inoltre sempre presente il gioco dei
rimandi, dai nomi dei personaggi (molte volte nomi di personaggi reali
stravolti) ai luoghi, dalle rivisitazioni
assurde di tesi filosofiche e scientifiche alla rilettura della storia come la conosciamo.
E, naturalmente, la rilettura in chiave comica del suicidio come vera e
propria terapia per tutti coloro che, almeno una volta nella propria vita, hanno
rivolto lo sguardo verso la possibilità di compiere “l’estremo gesto”.
Un libro che tenta di essere intellettuale senza cadere in
“intellettualismi”.
D: La prima domanda di rito è: le
piace mangiare bene? E cucinare?
R: Beh, la risposta dovrebbe essere scontata, eppure, guardandomi intorno,
vedo un sacco di gente che si accontenta di mangiare e bere qualsiasi cosa. A
me spesso dicono che sono “viziato”, che non mi accontento di una birra, vino o
distillato qualsiasi (anche se poi, naturalmente, capita di bere anche prodotti
non eccelsi). La cultura del mangiare e bere bene è spesso sottovalutata e,
come ogni arte, va coltivata: più si conosce e più si può apprezzare. Cucinare
mi piace molto, anche se mi capita molto sporadicamente di farlo.
D: Lo fa per dovere o per piacere?
R: Lo faccio per piacere, sempre con amici, organizziamo cenette dove a
turno sperimentiamo le nostre specialità sulla pelle (e sugli stomaci) degli
altri.
D: Invita amici o è più spesso invitato?
R: Diciamo che facciamo tutti insieme inviti massivi scegliendo di volta in
volta insieme il luogo del delitto.
D: Ha mai conquistato amici o una
donna cucinando?
R: Le donne le prendo sempre per la gola; in senso letterale. (questa
battuta la volevo fare da tempo, grazie per l’opportunità concessami).
D: Vivrebbe con una compagna o un
compagno che non sa mettere mani ai fornelli?
R: Si, perché no? È bello che qualcuno cucini per te, ma se la mia
potenziale compagna (o compagno, nel caso cambiassi idea sui miei gusti
sessuali) provvede a portare lo stipendio a casa io il casalingo lo faccio più
che volentieri.
D: Quando ha scoperto questa sua
passione?
R: Ai tempi dell’università. Prima era impossibile avvicinarsi ai fornelli
di casa senza che si attivasse l’allarme/urlo di mia madre.
D: Ci racconta il suo primo ricordo
legato al cibo?
R: Dovrei parlare del seno di mia madre, immagino; ma penso che di questo
ne parlerò con la mia psicanalista. Ti parlerò di quando da bambino mangiavo
molto poco, quasi niente. La prima volta che ho avuto davvero voglia di
mangiare fu in ospedale. Ero stato operato urgentemente di appendicite e quindi
dovetti stare a digiuno per giorni, mangiavo solo tè e mezza fetta biscottata
al giorno, a quel che ricordo: invocavo la pasta e fagioli di nonna, mai
mangiata prima di allora!
D: Ha un piatto che ama e uno che
detesta?
R: Ne amo troppi e ne detesto pochi (forse non detesto niente, a parte il
junk food, che pure capita di mangiare). Mi piace un sacco la cucina cinese, la
zuppa di cipolle, le zuppe di cereali in generale, la carbonara, il lardo, lo
strutto spalmato sul pane caldo... potrei continuare all’infinito...
D: Un colore dominante proprio di
cibi che la disgustano?
R: Non saprei. Una volta avevo il disgusto dei carciofi, che da bambino
adoravo, ma da qualche tempo ho ripreso a mangiarli. Evidentemente fui vittima
di qualche trauma legato alla figura del carciofo, trauma che ora, man mano,
sto superando: vado in analisi proprio per questo.
D: Quando è in fase creativa ha un
rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, una bibita speciale per
stare fermo a scrivere?
R: Alcolici, di qualsiasi tipo, meglio se un buon vino rosso corposo o un
distillato invecchiato.
D: Scrive mai in cucina?
R: No, mai.
D: Altrimenti dove ama scrivere? E a
che ora le viene più naturale?
R: Sono molto produttivo la mattina presto, dalle 7:00 in poi. Di solito
scrivo sul letto. I pensieri di solito invece mi vengono nel luogo antitetico
alla cucina: il bagno.
D: Si compra cibo pronto
(tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto preso dalla
scrittura?
R: Difficilmente mangio schifezze. Di solito ci pensa mia madre al
rifocillamento, quindi sto a posto così.
D: Che tipo di cibo desidera di più
quando scrive ed è preso dal suo lavoro? Salato o dolce?
R: Io preferisco in generale il salato, se amaro ancor meglio. Anche per i
dolci preferisco le cose amare, tipo la cioccolata fondente. Quando scrivo,
come già detto, più che altro bevo.
D: Ha un aneddoto legato al cibo da
raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
R: Ricordo che la prima volte che ho fatto la salsiccia al vino, uno dei
miei primi esperimenti culinari, ‘sto vino continuava a evaporare e io
continuavo ad aggiungerne. Alla fine ce ne misi una bottiglia intera: da
salsiccia al vino divenne salsiccia ubriaca!
D: Lei è uno scrittore, quando esce
a cena con i suoi amici che tipo di
locale preferisce?
R: Dipende dal mood. Basta che non siano locali con la musica a palla (a
meno che non ci sia un concerto) e dove si possa interloquire. E dove si
servano prodotti quanto meno dignitosi.
D: E quando esce con la sua
compagna?
R: Come sopra.
D: Oppure per festeggiare una
pubblicazione?
R: Mai festeggiato. Ma i miei amici (le idee “assurde” di Chiara Cammarano
e Diego Errico) ci hanno pensato per me, all’uscita di “Breve guida al
suicidio”, portandomi una colomba pasquale... impiccata. È anche un aneddoto
fondamentalmente culinario, quindi cade a fagiolo (ancora cibo) per questa
intervista.
D: Cosa tende a ordinare in un
locale?
R: Ancora una volta dipende dal mood. Di solito quando esco, a meno che non
si esca con il proposito di fare una cena, non mangio. E allora potrei ordinare
vino, birra, se ce n’è di buona (adoro le weisse), o qualche distillato
(ultimamente gin), se ho freddo un tè allungato con il gin o con il rum, fra i
cocktail o il martini (giusto con una spolverata di vermouth, eh) o il negroni.
D: Nelle sue presentazioni offre un
buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
R: Mai fatta una presentazione in vita mia ma, se dovessi mai farne,
potrebbe essere interessante fare una degustazione di rum accompagnata da
cioccolata fondente e sigari.
D: Tende a fare un aperitivo con due
olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
R: Pasto completo: per dirla un po’ volgarmente nel dialetto del mio paese
(Licusati, in provincia di Salerno), olive e patatine nun t’arrivanu mangu
n’ganna.
D: Ha mai usato il cibo in qualche
storia?
R: Il cibo fa parte della vita e nelle storie si racconta la vita: quindi,
si, rientra anche il cibo fra gli aspetti delle mie storie.
D: Ad esempio in “Breve guida al suicidio” ci sono passi
che ricordano cibi o profumi di cibo?
R: Sì. E sono profumi di merda.
D: Il cibo è mai protagonista?
R: Si, c’è un episodio ambientato in un fast food. E questo spiega la
risposta alla domanda precedente.
D: “Breve guida al suicidio” a che ricetta lo legherebbe, e perché?
R: Alla cucina spazzatura, perché “Breve guida al suicidio” parla
principalmente dello schifo che fa l’essere umano e di quanto faccia schifo il
sistema economico che abbiamo creato e che influenza tutto il vissuto di noi
povere vittime del nulla (perché i soldi sono il nulla).
D: Per concludere ci potrebbe
regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?
RICETTA
Pennette con salmone, noci e
pistacchio al cognac
In una padella soffriggere le cipolle
Una volta dorate aggiungere noci (spezzettate) e pistacchi
Aggiungere il salmone affumicato tagliato a pezzetti
Bagnare con cognac e aspettare evapori
Saltare le pennette con quanto in precedenza preparato insieme a qualche
tuorlo d’uovo sbattuto (io non lo faccio cuocere troppo, giusto qualche
secondo, preferisco rimanga leggermente liquido)
D: Quale complimento le piace di più
come cuoco?
R: Visto che è doveroso essere aperti a tutte le culture direi che un bel
rutto, come da tradizione islamica, può andare più che bene.
D: E come scrittore?
R: Se qualcuno dovesse dirmi che è riuscito a riflettere su alcuni aspetti
beceri della nostra società grazie al mio libro ne sarei più che contento.
D: Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di
scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
R: Ti lascio con il brevissimo episodio sul fast food, tratto dalla sezione
“Metodi di suicidio”:
AVVELENAMENTO
Un
giorno Giorgio Boccabuona si recò da …
(ho
dovuto togliere il nome), pensate a un fast food.
Federica Gnomo
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