martedì 29 aprile 2014

L'esordiente e la grande illusione della distribuzione capillare


Oggi voglio parlarvi della distribuzione, sogno di tutti gli scrittori e un po' meno dei piccoli editori.
Su questo argomento la massa degli esordienti e emergenti scrittori riversa tutte le proprie aspettative di vendita e quindi di successo. E pure gli editori alle prime armi.
Niente di più falso.
Tralasciando i casi sporadici di grandi gruppi che distribuiscono migliaia di copie in contemporanea, spesso nei propri store monomarca, e lanciano qualche titolo con grande impiego di mezzi stampa e tv  e comunque danno una certa visibilità con il posizionamento dei volumi, basta poco per smascherare questa assurda favola della distribuzione capillare.
Chi ha un po' di esperienza in mondo editoriale, parlo di autori intelligenti e anche addetti ai lavori, ormai ha capito bene che ci sono diversi livelli in questo ambiente. Delle caste che è molto difficile salire e cambiare un po' come in India. Questo si ripercuote anche nella distribuzione, per cui è sciocco chiedere a un piccolo editore come è distribuito. Come volete che sia distribuito?
Ecco la mia divisione, per lo meno quello a cui sono arrivata con un po' di esperienza  in varie caste.
Cielo. I grandi editori poggiano su grandi distributori, spesso fanno da soli, e aprono le porte a grossi agenti che filano solo autori di spicco e difficilmente esordienti senza precise segnalazioni. Insomma tutti molto grandi, con molte aspettative e giri e contatti che i piccoli si sognano. Qui gli autori sono tanti, e anche se distribuiti, vengono lasciati a se stessi, tranne pochi casi.
Terra. I medi  e piccoli editori, bravi onesti, che spesso  rischiano su esordienti, e tengono linee editoriali  ben riconoscibili.  Essi aspirerebbero alla buona distribuzione, ma spesso fanno da soli, cercano di coprire una o più regioni con librerie fidate, hanno contratti con le piattaforme. Spesso non vengono accettati dai distributori se non producono un alto giro di vendite, o numeri di libri all'anno, e il ogni caso hanno problemi a pagare il 60% ai distributori. Questi si appoggiano su altrettanto medie agenzie, che tra autori rappresentati e lavori a pagamento, sopravvivono. Qui gli autori sono tanti ma non tantissimi, spesso c'è collaborazione nella vendita di un titolo, anche se con mezzi limitati.
Inferno. I piccoli editori disonesti, spesso non malvagi, solo schiacciati dal sistema. Questi non distribuiscono, coprono qualche libreria a richiesta e spesso non hanno contratti nemmeno con le piattaforme.Trafficano con agenzie simili, che promettono contatti e spillano soldi con insulse  schede di lettura.
Gli scrittori, quindi, devono imparare a distinguere in che livello si trovano e pensare di conseguenza. Inutile illudersi, i piccoli e medi onesti editori faranno il possibile per sostenerli, ma " le giovani o meno brillanti promesse" come dice Culicchia, non avranno mai visibilità al di fuori di aree circoscritte. E pure se pubblicassero con i big, pure se fossero capillarmente distribuiti, senza battage pubblicitario non si venderebbe nulla.  Le big non fanno pubblicità a tutti, sappiatelo. Spesso, passati da esordienti a emergenti e poi autori, dovrete combattere con l'ufficio stampa e infine farvene una ragione: non vi fila più nessuno.   Dovrete conquistare da soli il pubblico, viaggiando e smazzandovi. In tutto questo dove è finita la distribuzione capillare di migliaia di copie? Nelle librerie, uno o due volumi, di costola, tra i migliaia di titoli. e solo l'angelo custode vi prenderà in mano, o vostra cugina emigrata a Milano.
In conclusione, la distribuzione per un autore nuovo, senza battage, non ha un gran valore. E' più una  vanità di scrittore, che porterà  ( non dico sempre ma spesso) a cocenti delusioni quando vedrete che, nonostante tutto, non siete in libreria ovunque, ne' vi conosce alcuno. Perché non è la presenza capillare in libreria che risolve una totale mancanza di comunicazione. L'importante, quindi, è comunicare che esistete. Ormai tutti possono ordinare un un libro su internet.
Dimenticavo: talvolta ( e parlo ai piccoli autori)  è meglio ordinarsi il proprio romanzo e tenerlo in casa, almeno lo spedirete con l'autografo :) a parenti e amici che altrimenti vi romperanno le orecchie con la solfa di non riuscire a trovarvi da nessuna parte.

martedì 8 aprile 2014

IN CUCINA CON LO SCRITTORE Maria Fornaro autrice del libro “Io sono respiro puro”

Oggi salutiamo e ringraziamo Maria Fornaro autrice del libro Io sono respiro puro (ed. Youcanprint, maggio 2013) per averci aperto la porta della sua cucina.
Io sono respiro puro ( Pubblicata nel mese di maggio del 2013,  è disponibile sia nella versione cartacea che digitale) è una raccolta di 58 poesie che parlano d’amore, pure emozioni per chi ama emozionarsi, che profumano di dolcezza e forte sensibilità, espresse in un linguaggio totalmente comprensibile; parole semplici, dirette, che sgorgano dal cuore e si tramutano in inchiostro che va a bagnare le pagine bianche. Alcune sono adornate da semplici disegni a matita, che raffigurano perfettamente il significato armonizzandosi al testo.

La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare? 
Sì, mi piace molto mangiare bene ma non amo particolarmente  cucinare.
Quindi cucinare lo fa per dovere?
Per lo più lo faccio per dovere, ma alcune volte mi riscopro a farlo con piacere.
Invita amici o è più spesso invitato?
Mi piace invitare ed avere la casa piena di amici ma anche essere invitata non è male, molte volte è rilassante.
Ha mai conquistato amici o uomo cucinando?
Non credo, anche se devo dire la verità, vanno via sempre molto soddisfatti e satolli.
Vivrebbe con  un compagno che non sa mettere mani ai fornelli?
Lo faccio già, anche se ogni tanto sarebbe bello tornare a casa e trovare tutto pronto in tavola.
 Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo?
Ho sempre mangiato per vivere, il piacere del cibo, come cibo, l’ho scoperto grazie a mio marito che è un ottima forchetta.
Ha un piatto che ama e uno che detesta?
Amo la pizza, le quiche salate, il salato in genere, detesto le rape.
Un colore dominante proprio di cibi che la disgustano?
Non credo che esista.
Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, una bibita speciale per stare fermo a scrivere?
Caffè se lavoro di mattina, altrimenti tisane .
Scrive mai in cucina?
Sempre, è la mia postazione da lavoro.
Altrimenti dove ama scrivere? e a che ora le viene più naturale?
Non c’è un' ora in particolare, dipende dall’ ispirazione. Ci sono giorni che non scrivo neppure una riga altri che scrivo pagine e pagine.
Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto presa dalla scrittura?
No,  cucino, ho una famiglia da sfamare.
Che tipo di cibo desidera di più quando scrive ed è preso dal suo lavoro? Salato o dolce?
Salato forever!
Ha un aneddoto legato al cibo da raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
No, niente di particolare.
Lei è una scrittrice di poesia e narrativa quando esce a cena con i suoi figli, o amici  che tipo di locale preferisce? E quando esce con suo marito?
Quando vado a cena fuori si va in pizzeria o in alternativa locale etnico, mi piace sperimentare sapori nuovi e diversi.
Oppure per festeggiare una pubblicazione?  Cosa tende a ordinare in un locale?
Non ho festeggiato quando è uscito il mio libro e penso che non lo farò neppure per il prossimo.
Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
Credo sia un modo di far sentire le persone accolte e coccolate come se fossero a casa da amici.
Tende a fare un aperitivo con due olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
Un pranzo completo mi sembra eccessivo come due olive e patatine, direi una giusta via di mezzo fra le due cose.
Ha mai usato il cibo in qualche storia?
No, ma ci penserò è un ottima idea.
Ad esempio in  “Io sono respiro puro” ci sono passi che ricordano cibi o profumi di cibo?
Sì, in alcune poesie ho rievocato il profumo dei panzerotti, il sapore del gelato alla stracciatella la dolcezza del miele e della pesca.
Il cibo è mai coprotagonista?
In quello appena uscito “Io sono respiro puro” no. Nel romanzo che sto scrivendo...chissà!
“Io sono respiro puro” a che ricetta lo legherebbe, e perché?
Ad un buon piatto di linguine allo scoglio che richiama ricordi olfattivi del mare.
Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?

QUICHE CON RICOTTA E PROSCIUTTO
INGREDIENTI per la pasta brisè ( dose per 1 quiche da 4 persone ) : 200 g di farina bianca “00″, 100 g di burro, 50 g d’acqua fredda, un pizzico di sale + 1 tuorlo per spennellare la superficie prima di infornare.
PROCEDIMENTO: Impastate la farina, il burro freddo a pezzetti e  una presa di sale. Amalgamate bene e unite l’acqua fredda continuando ad impastare fino ad ottenere un impasto omogeneo e sodo. Avvolgete la pasta così ottenuta in una pellicola trasparente e lasciatela riposare in frigo per almeno 1 ora. Trascorso il tempo necessario, prendete la brisè e usando  un velo di farina stendetela con un mattarello su di un ripiano allo spessore di circa 3 mm. Avvolgete la pasta sul mattarello e srotolatela su di uno stampo dove avrete messo della carta forno. Appoggiate delicatamente la pasta e fatela aderire allo stampo. Fate riposare per altri 20 minuti o poco più in frigorifero.
INGREDIENTI PER IL RIPIENO : 4 fette di prosciutto cotto, 250 g di ricotta fresca di mucca, 2 uova, 2 cucchiai di parmigiano reggiano, 2 cucchiai di latte, una mozzarella, sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO PER LA QUICHE : In una terrine sbattete le uova con il sale e il pepe, unite il parmigiano, il latte e infine la ricotta amalgamando bene. Prendete la quiche  dal frigorifero, bucherellate il fondo con una forchetta e versarvi il composto di uova e ricotta, coprire con le fette di prosciutto cotto e infine cospargete la mozzarella a dadini. Coprite i bordi della quiche con la brisè che fuoriesce dallo stampo e pizzicatela leggermente per unirla. Sbattete un tuorlo e spennellate la superficie della pasta. Infornate a 190 ° per circa 40 minuti...lasciate intiepidire e servite.
Buonissima!
 Davvero!
Quale complimento le piace di più come cuoca?
Essere certa che fosse tutto “ottimo e ricercato”.
E come scrittore?
Saper coinvolgere il lettore, essere capace di portarlo per mano nelle pagine che sta leggendo.
Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
 “I miei ricordi
succosi come pesca
dolci come il miele
salati come le lacrime.
I miei ricordi.”
(tratta da I MIEI RICORDI di “Io sono respiro puro”, Ed. Youcanprint)

Grazie per la sua disponibilità   

  LINK PER L’ACQUISTO:    
        

domenica 30 marzo 2014

Dieci consigli sulla scrittura che non vorresti mai ricevere, dal Libro di Amleto de Silva, La nobile arte di misurarsi la palla.

E' in libreria La nobile arte di misurarsi la palla, il nuovo romanzo di Amleto de Silva che tutti noi scrittori dovremmo leggere.
Nel libro si parla di scrittura, in una "spassosa e irreverente satira dell'Italia letteraria". Ecco a voi un estratto, ovviamente in forma di Playlist con le cose che nessun aspirante scrittore vorrebbe mai sentirsi dire.


1) Sarebbe meglio che abbandonaste l'insano proposito di scrivere. Lo so che vi riesce difficile crederlo, ma non esiste una sola scuola al mondo che tenti in tutti i modi di demoralizzare gli alunni come una scuola di scrittura. Magari la cosa vi sembra talmente cretina che dite no quello è stesso Enea che esagera, invece è proprio così, come se tu andassi al ristorante e il cameriere venisse da te a farti una capa tanta dicendo no dotto' sentite a me non è cosa, a parte che già state chiatto come a che, ma guardate che quando si mangia si combatte con la morte, e poi voi non avete idea della porcheria che sta dentro la roba da mangiare. Ecco, la Scuola è esattamente così. Solo che, ovviamente, ti fanno pagare prima.

2) In Italia si pubblicano troppi libri. Non trovate uno, ma dico uno di numero, che dopo dieci minuti esatti non vi appicci questa pippa qua. Solo che te lo dicono loro, che i libri li scrivono e li pubblicano, che uno poi che ti deve dire? Eh, si pubblicano troppi libri, e il problema è che la maggior parte sono i tuoi.

3) Eh ma in Italia tutti hanno un romanzo nel cassetto. A parte che onestamente non ho mai capito cosa ci sia di male nell'avere un romanzo nel cassetto; capirei un'arma carica e senza sicura quando hai tre bambini per casa, ma un romanzo, e nel cassetto, poi. E devo anche dire che giù, al paesone che ho lasciato, conoscevo davvero un bel po' di gente. Diciamo che tra amici di sempre, compagni di scuola, di università, di palestra, conoscenze e mandate affanculo di una sera, fidanzate, ex fidanzati di fidanzate, gente che sei venuto a sapere che si chiavava le tue fidanzate, l'unico con una qualche timida velleità letteraria ero io. Uno, diciamo, su trecento. Mo', o esiste un posto dove stanno trecento amici tutti con un romanzo nel cassetto oppure qualcuno sta dicendo una stronzata.

4) Prima di scrivere bisogna leggere. Voi non leggete. E va bene, lo capisco, qualcosa devi dire, ma. Ma tu metti uno come me, che non ha fatto altro che leggere in vita sua, e alla fine dopo essersi letto pure gli elenchi dei telefoni ha deciso di spendere una vagonata di soldi in una scuola di scrittura per farsi dare qualche consiglio su come scrivere e magari una dritta su come pubblicare: uno come me, diciamo, arriva lì, sempre dopo che ti sei fatto pagare e gli dici, bello e buono eh ma tu non leggi. Ma come non leggi? E che ne sai tu? Dico, facciamo un test, un'interview, e loro niente: tu non leggi. O magari non leggi abbastanza. Oppure leggi male. O anche (giuro che l'ho sentita), tu leggi troppo.

5) Non è che perché andavi bene in Italiano a scuola poi sai scrivere. Questa, lo confesso, era la mia preferita in assoluto, perché rasentava l'offesa personale, mortificava quelle quattro fetenti e rare soddisfazioni che ti avevano lasciato tanti anni di studio, e perché poi era assolutamente gratuita, nella sua cattiveria astrusa. Cioè, per dire, mi ricordo quando dopo la scuola media dovemmo scegliere il liceo, chi il classico, chi lo scientifico, chi l'alberghiero. E poi ancora, quei pochi rimasti dai licei, l'università, chi fisica, chi lettere, chi scienze politiche. E non dico che tutte, ma una buona parte delle scelte era basata su un accenno di passione, un'ombra di inclinazione, che poi arrivavi qui e te la cancellavano. A sentir loro, dovevi andare a chiamare l'amico tuo che alla fine aveva deciso di fare l'odontotecnico e dirgli hei vieni tu qua, che tanto io e te abbiamo le stesse identiche capacità e le stesse speranze di farcela, anche se tu non avendo mai letto un libro in vita tua contravvieni alla regola precedente, ma che ce frega, questa regola qua annulla e sostituisce la precedente se si tratta di andare in culo a me. Che ho pagato prima.

6) Eh ma voi avete fatto leggere le vostre cose ai vostri amici. Ecco pure questa è una cosa che ti dovevano dire, che ne so, a scuola: ragazzi mi raccomando mettetevi il parapesce se andate a puttane, non vi sparate le cipolle e i raudi in mano e soprattutto, se mai un giorno lontano doveste decidere di scrivere qualcosa chiudetevi in soffitta a uso Anna Frank e non dite niente a nessuno se no vengono i nazisti e vi sparano. In sostanza, l'idea è che far leggere le proprie cose agli amici ti mette di fronte ad un pubblico troppo ben disposto. A parte che evidentemente loro sono cresciuti nel paese dei Teletubbies e non conoscono i miei amici, che se ti scappava un condizionale di troppo erano capaci di chiamarti frocio ricchione pallareto per tutta la vita, è anche abbastanza ovvio che se tu scrivi, e hai degli amici, questi amici prima o poi si rendano conto del terribile segreto che custodisci in soffitta. Solo che invece di candidarti al Nobel, gli amici normali si cacano il cazzo di leggere dopo sette righe e ti chiedono se vuoi andare sempre a giocare a pallone, anche se sei diventato ricchione. Non è granché, mi rendo conto, ma è sempre meglio che fermare un estraneo per strada e chiedergli scusate signore non è che volete leggere questo mio raccontino? Sarà anche più imparziale, ma il rischio che ti pigli per stronzo e ti sputi in faccia è molto alto.

7) Mai, mai, mai e poi mai scrivere su un blog. Se c'è una cosa che le scuole di scrittura odiano con tutto il cuore, a parte i loro alunni e le altre scuole di scrittura (generalmente chiamate quelli), è internet, il posto dove i malvagi del mondo vanno a scrivere le malvagità, e in particolare i blog, che permettono a chiunque di scrivere quello che vuole. Hai voglia a dire che se fai un blog di merda fai due accessi l'anno, ma loro la merda la conoscono e sanno che se fai veramente cacare da due a duecentomila è il caso che ci arrivi, e poi internet è quel posto purulento e schifoso dove puoi trovare le recensioni ai loro libri che non sono state scritte dai loro amici, dalle loro fidanzate, da quelli che si chiavano le loro fidanzate, e dai loro editors. E tutta questa libera circolazione di pensiero, tutta questa libertà, secondo loro, nuoce alla libertà e nuoce al pensiero.

8) Ha bisogno di un corposo lavoro di editing. Qualsiasi cosa scriviate, ha bisogno di editing. Qualsiasi. Anche un biglietto tipo GERARDO, COMPRA IL LATTE SE NO DOMANI MATTINA CI MAGNAMM' COPPOLE 'E CAZZ', ha, anzi necessita di un lavoro corposo di editing. Gli editors sono una cosa che è stata inventata per dare lavoro a gente che altrimenti non avrebbe saputo che cazzo fare ma doveva essere impiegata comunque perché o sono sfortunati e godono di apposite tutele previste dalla legge per quelli, appunto che sono nati così, oppure sono figli di ricchi e sono l'equivalente dei commercialisti. Pensateci: una volta stabilite le percentuali di tassazione, le esenzioni e le detrazioni ammesse, il commercialista ti dice un numero a cazzo e ti fa firmare una dichiarazione che poi il fisco ti contesterà (a ragione) perché, ti dirà il commercialista, abbiamo sbagliato noi.
E con quel noi intende che lui ha sbagliato e tu paghi. Ha sbagliato facendo un mestiere che nei paesi civilizzati viene svolto da un'app android gratuita. Così gli editors. Siccome che, poverini, devono lavorare, se tu prendi e scrivi una cosa che non ha bisogno di essere corretta questi pigliano e correggono il lavoro a prescindere, come quei meccanici ladri che per una candela sporca ti fanno ricomprare la macchina un pezzo alla volta, solo che poi la macchina va di merda. Esattamente come qualsiasi cosa sia passata per le manine sante di un editor.

9) Dovete togliere, non dovete mettere. La scrittura è sottrazione. Questa, devo dire la verità, è la regola per la quale provo veramente invidia, ma tanta. Non tanto per la regola in sé, che poi alla fine chi se ne frega, ma è esattamente uguale a quando i parlamentari si aumentano lo stipendio così, a prescindere, solo perché più soldi gli fanno più comodo che meno soldi. Cioè, quelli delle scuole di scrittura, scrittori stitici e senza idee, si guardano in faccia a un bel momento, e dicono: oh ragazzi, a me non mi vengono più di dieci cartelle l'anno eh. E tutti sì sì anche a me! A me manco sette! A me tre! E allora decidono che la scrittura è sottrazione. Alla faccia dei due volumi e dei tre chili del Circolo Pickwick che tengo sul comodino. A me la faccia come il culo, quando è così esagerata, mi fa un che di rispetto. Che vi devo dire.

10) A giudicare se puoi diventare uno scrittore deve essere uno scrittore. Non fa una grinza se lo scrittore in questione è Stephen King o, che so, J.K.Rowling, gente che venduto ventimila milioni di fantastiliardi di libri e ha un conto in banca che nemmeno i cartelli messicani se lo sognano. Sono quasi sicuro che saprebbero tenere la giusta distanza tra i loro giudizi e le loro piccole miserie e invidie personali. Il problema nasce quando a giudicare un esordiente, e un esordiente pagante (perché è pagante il problema, qui), è uno scrittore da seicento barra mille copie ma con amici nelle redazioni giuste. Uno così si vede minacciato anche dalle tre pagine scritte a mano della riunione di condominio, e metterlo a giudicare uno che, entro pochi giorni, potrebbe diventare un suo diretto rivale, come dire, non mi pare la più brillante delle idee. Come far giudicare le concorrenti di un concorso di bellezza dalle altre concorrenti. Non sappiamo chi vincerà, ma mi gioco almeno una palla che non sarà mai quella più bella.


Per continuare comprate il libro, che parla di Enea :), giovane aspirante scrittore che vuole partire per Roma e conoscere un mondo stimolante, pensando di trovare cultura vera, e si ritrova tra falsità e botox, scrittori, editor e addetti vari pieni di sé, che si fotografano davanti a librerie intasate di volumi che non hanno mai letto. Affonda la mano, il bravo autore, in un mondo cattivo e falso più di quanto si creda. Una sorta di messaggio alla "Grande Bellezza" letteraria, vorrei aggiungere; libro che dopo aver letto vi farà venire voglia di scrivere bene per voi stessi, per coccolarvi, e senza tanti secondi fini. Uno spaccato che può abbattere o caricare. Peccato la copertina, che è un po' bruttina, e povera di rimandi veloci al mondo dei libri. Io stessa sono arrivata al testo attraverso i consigli...  Penso finirà con il penalizzarlo.



Autore : Amleto de Silva
Titolo: La nobile arte di misurarsi la palla
Editore: Round Midnight Edizioni

domenica 23 marzo 2014

Fuori catalogo, un passo doloroso

Spesso mi imbatto in discussioni sul fuori catalogo. Per gli autori la comunicazione che un loro libro vada fuori catalogo è come la messa a morte di un figlio. Da autrice comprendo e soffro, ma oggi voglio spiegarvi perché un editore è costretto, talvolta, a fare questo passo e non puntare più su un titolo. A parte la morte naturale per fine detenzione diritti (che non vengono rinnovati), le vendite tra editori di diritti ancora in essere che poi seguono logiche interne alle CE, o edizioni nuove dello stesso titolo, che in genere riguarda la grandi CE, la messa fuori catalogo dopo qualche anno di un titolo in cui un editore piccolo ha creduto (sborsando soldi per produrre i testi e diffonderli) dipende dalla legge fiscale italiana. I resi tornano in magazzino, ma il magazzino è considerato un possibile futuro guadagno, quindi un attivo (cioè un bel prodotto che hai e che guadagnerà il che in editoria dove si stampano più di 60000 titoli all'anno, e c'è un ricambio in libreria  ormai all'ordine di nemmeno un mese, a meno di un passaparola ritardato che porti ad un boom di vendite, che è quasi un miracolo) è pura follia. I libri  occupano spazio, non vendono più, ma sono considerati soldi veri. Allora volenti o nolenti tanti editori sono costretti ad ucciderli fisicamente, mandandoli al macero, per abbassare le tasse.
E' la dura verità.
Andrebbero cambiate le leggi che considerano gli editori dei produttori alla stregua di altri. E' vero che il libro è un prodotto, ma è anche vero che è un prodotto anomalo, un serbatoio di sogni e cultura; un amico, un figlio, un amante.Un percorso che costa fatica e tante ore di lavoro.  E se un romanzo è buono ha bisogno del suo tempo per emergere, non si può fare affidamento solo sul marketing, lanciare pochi autori di solito già famosi e mandare allo sbaraglio tutti gli altri. I piccoli autori devono poter avere almeno il tempo di farsi conoscere.I loro libri devono vivere. Ormai si pubblica troppo e male, si legge ancora peggio, vittime della pubblicità, le librerie hanno poco spazio, e stanno morendo le indipendenti a favore dei colossi, tutti scrivono e pochi leggono, e allora? Allora serve una collaborazione fisco,editori, librai e autori. Servono leggi nuove e non punitive per la piccola editoria e i bravi librai; insomma non so se mi sono fatta capire, magari la mia è utopia, ma l'editoria non è solo un'industria e talvolta assomiglia più all'artigianato. Si ragiona col cuore e non solo con i numeri, i libri non sono solo profitto, sono anche  sogni e speranze, hanno bisogno di cura, sono creati con tempo e fatica, non possono vivere venti giorni... non costringeteci unicamente alla stampa digitale o a demand...e poi a mandarli  al macero. Cari legislatori, la cultura e l'arte sono sedimenti di secoli, restituiteci il tempo.
(Federica Gnomo T.)

giovedì 20 marzo 2014

Primavera: fioriscono le partite IVA, dieci cose che devi sapere.

Quanti di noi, stanchi di cercare lavoro decidono di mettersi in proprio allettati dai nuovi regimi minimi, o comunque dall'idea di fare da soli?
Stanchi di soprusi o sfruttamenti, altamente incompresi decidiamo di inseguire sogni di vario genere, o semplicemente ci viene detto di passare da dipendente ad autonomo perché l'azienda è costretta a ridurre il personale...be' ...attenti alle bolle di sapone.
Riporto questi 10 punti da tenere a mente, poi non dite che non lo sapevate:

10 cose che devi sapere prima di aprire la Partita Iva

da:http://www.grandain.com/

1.       Se il tuo datore di lavoro vuole farti passare dal contratto attuale alla partita Iva sai già che perderai ogni tutela e buona parte dello stipendio. Potresti rimanere fottuto.
2.       Se ricorrono almeno due di queste condizioni devi sapere che sei una finta partita Iva, ovvero una persona che svolge un lavoro dipendente mascherato da lavoro autonomo.
3.       Fino ai 35 anni puoi usufruire del regime fiscale dei minimi, che consiste in una tassazione totale di circa il 33% di quello che guadagni, così divisi: 5% di Irpef e 28% di Inps. Questo discorso vale per chi ha la “gestione separata”, cioè tutti quei lavoratori generici che non usufruiscono di casse previdenziali di settore (come giornalisti, avvocati, commercianti) e con la clausola che i ricavi siano entro i 30.000 euro l’anno (per l’anno in corso il limite potrebbe aumentare a 65.000). Superati i 35 anni e i 30.000 euro di reddito l’Irpef sale dal 5% al 23% creando una pressione contributiva totale del 51%. Insomma, se hai più di 35 anni sei un po’ fottuto.
4.       Alla pressione contributiva devi aggiungere gli acconti sulle tasse dell’anno successivo. Funziona così: tra giugno e agosto 2014 inizierai a pagare le rate delle tasse relative alla tua dichiarazione dei redditi del 2013. Ma assieme a queste dovrai pagare anche l’acconto sulle tasse dell’anno successivo, quindi sul 2014 che è in corso (che in teoria dovresti pagare nel 2015). Questo acconto consiste nel 50% di quanto hai appena pagato per le tasse del 2013. In breve: hai dichiarato 21.000 euro di ricavi per il 2013 e hai pagato 7.000 euro (33%) di tasse? Bene, dovrai pagare subito altri 3.500 euro, come acconto dell’anno successivo. Questa cifra verrà poi scalata dalle tasse che ti ritroverai a pagare l’anno successivo. Ma non te ne accorgerai neanche, perché l’anno successivo ti ritroverai a pagare comunque l’acconto dell’anno dopo ancora, il 2015. E così via.
5.       Difficilmente potrai fare a meno di rivolgerti e pagare un commercialista per fare la dichiarazione dei redditi. Vuoi provarci?
6.       La partita Iva per essere sostenibile prevede che tu, svolgendo il tuo lavoro, abbia dei costi. La benzina per l’auto, metà di quanto spendi per l’affitto se lavori in casa, i biglietti del treno o di aereo, il ristorante: tutte queste cose si possono detrarre, ma non tutte al 100%. Hai ricavi per 21.000 euro l’anno? Bene, se hai avuto 6.000 euro di costi, il tuo reddito è di 15.000 euro, e su quelli pagherai un terzo di tasse (al regime dei minimi). Se nel tuo lavoro non hai costi aprire una partita Iva è difficilmente sostenibile. Facciamo un esempio: su un reddito lordo di 12.000 euro – i miseri mille euro al mese – ci si trova a dover pagare 4.000 euro di tasse più 2.000 di acconto e 1.000 (circa) di commercialista. Un totale di 7.000 euro di tasse, e in tasca ne rimangono meno della metà, 5.000. Oltre i 35 anni, poi, si paga molto di più. Insomma, se non fai i conti sei fottuto.
7.       Se usufruisci del regime fiscale dei minimi puoi detrarre un elenco molto ristretto di costi, diversamente da chi ha più di 35 anni, che paga un 51% di tasse (28% Inps + 23% Irpef) ma può detrarre molte più cose.
8.       La cosa migliore che puoi fare è capire in anticipo, mese per mese, quanti costi dovrai fare entro la fine dell’anno per abbassare il reddito, e pagare una cifra sostenibile di tasse.
9.       Metti da parte un terzo (o più) dei tuoi guadagni dal primo momento: così facendo eviti il rischio, molto comune, di non rientrare più con le cifre una volta che inizierai a pagare le tasse.
10.    Non avrai alcun diritto o tutela: ammortizzatori sociali, malattia, assicurazioni o ferie. Ti capita una disgrazia, il tuo committente ti abbandona da un giorno all’altro? Sei fottuto. Non dire che non te l’avevamo detto.
di Michele Azzu su L’Isola dei Cassintegrati