lunedì 18 marzo 2013

IN CUCINA CON LO SCRITTORE Silvio Donà


Interviste culinarie di Federica Gnomo

Oggi salutiamo e ringraziamo l‘autore Silvio Donà  per averci aperto la porta della sua cucina.
 Silvio è un autore affermato, ha già all’attivo  3 romanzi: “Pinocchio 2112”, Leone Editore, anno 2009;  “Luisa ha le tette grosse”, Leone Editore, 2011;  “Nebbie” (e-book), GeMS “Io Scrittore”, anno 2012.

Pinocchio 2112 – Leone Editore:
Nell’anno 2112 l'umanità è ridotta a vivere nelle viscere della terra.
Dissolta ogni forma di governo e di democrazia, tutto è controllato dalle organizzazioni criminali e l'esistenza dei pochi sopravvissuti è miserabile e stentata.
In questo mondo opaco e violento il protagonista del romanzo svolge il più assurdo e incongruo dei lavori: il "cercatore di libri". Cerca e vende, cioè, gli ultimi libri sopravvissuti che rappresentano l'ultimo legame col passato e, in questo senso, anche l'ultima speranza di un futuro migliore.
La sua vita è sconvolta dall'incontro prima con un piccolo orfano, che lo costringerà a scendere a patti con la forza oscura e potente della paternità, e quindi con il Reggente della più potente organizzazione criminale della città, che gli rivelerà una sconvolgente e devastante "verità".
Nelle forme del romanzo di fantascienza, senza rinunciare a una trama ricca di azione, ho cercato di raccontare la mia speranza che i libri, la cultura, possano rappresentare l'ultima ancora di salvezza di una società in disgregazione, alla disperata ricerca di "senso".
Luisa ha le tette grosse – Leone Editore:
Non lasciatevi ingannare dal titolo (ironico): si tratta di un breve romanzo sulla morte delle aspettative e dei sogni.
Angelo da ragazzo sognava di fare il chitarrista rock, ma è sempre stato troppo rispettoso delle aspettative dei suoi genitori per provare davvero a inseguire le sue aspirazioni; che si sono infrante definitivamente con il matrimonio.
La sua vita si divide tra un monotono lavoro d’ufficio nell’azienda guidata dal cognato (che lo considera un inetto) e lo sconfortante menage familiare, con una moglie e due figli piccoli che non hanno alcuna stima di lui.
A 40 anni si ritrova spento, senza entusiasmo, emotivamente morto.
Un deprimente equilibrio che verrà sconvolto dal sospetto che la famosa e ipertrofica Luisa del titolo - segretaria del cognato e sua collega di ufficio - si sia innamorata di lui.
Questa semplice scintilla riaccenderà le polveri bagnate della sua vita dando il via a una serie di episodi tragicomici fino all’amaro colpo di scena finale.

Nebbie – GeMS “Io Scrittore”:
“Elena ha un segreto. Qualcosa di orribile è accaduto il giorno del suo dodicesimo compleanno. Da allora fa di tutto per cancellarne il ricordo. Abita lontano dal suo paese, all’altro capo dell’Italia, per mettere più spazio possibile tra sé e il passato.
Francesca, sua cugina, vive in una perenne approssimazione, sempre in corsa contro il tempo e le cose, incapace di trovare il bandolo della matassa confusa della sua vita. Il suo destino è che le persone che incontra, stanche di mettere insieme i suoi pezzi, si allontanino da lei.
Anna, zia di entrambe, è rimasta sola alle soglie della vecchiaia. Suo padre, il nonno di Elena e Francesca, che ha accudito negli ultimi anni, si è spento dopo una lunga malattia. Vedova senza figli, vede aprirsi davanti a sé il baratro della solitudine.
La storia si svolge nell’arco di pochi giorni, in un paesino del Veneto avvolto in una nebbia così presente e opprimente da diventare protagonista, da meritarsi il titolo del romanzo.
Elena torna per partecipare al funerale del nonno. Ha intenzione di rimanere solo il tempo strettamente necessario, per poi fuggire di nuovo lontano. Non sa che il destino le sta tendendo un tranello. Il suo passato, silenzioso e oscuro, è in agguato.
Una storia al femminile, tra rivelazioni dolorose e scoperte di inaspettati doppi fondi.”


La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare?
Se mi piace mangiare?
Sì, sì e ancora sì, decisamente sì, indubitabilmente sì, inconfutabilmente sì.
(Ehm… si intuisce che mi piace mangiare?)
Se mi piace cucinare?
In tutta onestà… un po’ meno!

Lo fa per dovere o per piacere?
Diciamo che quando guardo uno degli innumerevoli (troppi!) programmi televisivi che parlano di cucina, mi piace molto cucinare. O meglio: l’idea di cucinare.
Quando invece si tratta di alzarsi dal divano, lavarsi le mani, preparare gli ingredienti, pulirli, lavorarli, metterli a cuocere… Beh allora…

Invita amici o è più spesso invitato?
Se si parla di inviti è necessario parlare al plurale. Nel senso che quando a casa ci sono degli ospiti è mia moglie a cucinare e io mi relego nel ruolo di aiutante (non di rado di sguattero, se proprio vogliamo usare le parole giuste eheheh). D’altronde quando un “maestro” è all’opera è giusto e normale che l’allievo si metta a disposizione e lasci spazio a chi ci sa fare davvero.

Ha mai conquistato amici o una donna cucinando?
Conquistare una donna cucinando? Naaaa! Se avessi dovuto far leva su quello sarei stato fresco!
Per conquistare quella che è diventata mia moglie ho dovuto far ricorso ad altre “doti”. No, no, non quelle che qualche malpensante può avere immaginato (magari!!!); parlo più banalmente delle mie doti di scrittura. Infatti i miei primi, timidi approcci sono stati maldestramente mimetizzati in alcune (orribili, ma sincerissime) poesie. Del resto con mia moglie ci siamo incontrati sui banchi del liceo e… chi non ha scritto qualche (orribile, ma sincerissima) poesia da liceale?

Vivrebbe con  una compagna  che non sa mettere mani ai fornelli?
Ve la ricordate quella pubblicità di biancheria intima che qualche anno fa ha invaso i cartelloni di tutte le città italiane? Il prodotto era il “wonderbra” e la testimonial una giovane e prorompente Eva Herzigova. Sul cartellone capeggiava, ironica, la scritta: “Non so cucinare. E allora?”.
Scherzi a parte non è quello l’elemento fondamentale in un rapporto di coppia ma, egoisticamente, mi fa mooooolto piacere che Imma, mia moglie, sia un’ottima cuoca.

Quando ha scoperto questa sua passione?
La passione per il cibo è nata intorno agli 8 o 9 anni, perché prima sono stato un bambino magrissimo e inappetente. Parlare di “passione” per la cucina invece è forse un po’ esagerato. Diciamo che negli ultimi anni ho cominciato a interessarmi più che in passato a come si materializzano i piatti sotto al mio naso e mi è venuta voglia di provare a farli comparire io, qualche volta.

Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo?
Temo non sia molto positivo.
Mi viene in mente mia mamma che “sacramenta” perché non voglio mangiare…

Ha un piatto che ama e uno che detesta?
Difficile scegliere un piatto preferito. Comunque adoro la pizza!
Se invece il Padreterno non avesse creato le bietole penso che vivrei benissimo lo stesso.

Un colore dominante proprio di cibi che la disgustano?
Oggi non vado: “per colore”.
Da bambino non mangiavo le cose “verdi”. Ma mi sa che non ero molto originale: quasi tutti i bambini odiano le verdure.

Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, una bibita speciale per stare fermo a scrivere?
Per conciliare lavoro, famiglia e impegni vari con la scrittura, va a finire che scrivo soprattutto di notte, confidando in una storica insonnia. E se mi mettessi a “spignattare” di notte…

Scrive mai in cucina?
E’ successo qualche volta, ma perché il resto della casa era “occupato” (ho un trivani… e con due figli adolescenti non ci vuole molto a riempirlo).

Altrimenti dove ama scrivere? e a che ora le viene più naturale?
Di solito scrivo sul notebook ospitato su una piccola scrivania in un angolo della camera da letto. Comunque ho buone capacità di concentrazione, per cui in realtà potrei scrivere dovunque.
Come dicevo prima, scrivo più spesso la sera tardi, ma non è una scelta quanto piuttosto una necessità. Se vivessi soltanto di scrittura mi piacerebbe mettermi al lavoro più volte nel corso della giornata, staccando ogni tanto per fare qualcosa di diverso e “pulire” un po’ la mente.

 Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto preso dalla scrittura?
Mi piace la buona cucina ma devo confessare, con po’ di vergogna, che adoro anche il cosiddetto “cibo spazzatura” (pizzette, panini, patatine, snack e simili); se non mi ci rotolo dentro è solo per un residuo di dignità personale. Quando sono davvero preso da qualcosa, la tentazione di buttarmi voracemente e velocemente su una fetta di focaccia barese o su un panino al salame e formaggio è molto forte…
Grazie al cielo ho un buon metabolismo e il mio peso è più o meno lo stesso da quando ero ragazzo.

Che tipo di cibo desidera di più quando scrive ed è preso dal suo lavoro? Salato o dolce?
Mi piacciono anche i dolci, ma se dovessi fare un voto e rinunciare a uno dei due “mondi”, sceglierei di continuare a mangiare il “salato”. Certo poi sarei un uomo triste…

Ha un aneddoto legato al cibo da raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
Quando avevo quattro anni e andavo all’asilo, all’ora di pranzo le suore fornivano il primo piatto, ma toccava alle famiglie provvedere al secondo. Così mia mamma, che mi vedeva sempre filiforme ed emaciato, mi metteva in uno di quei contenitori di acciaio che si chiudono ermeticamente, una fetta di carne. Non di rado si trattava di fegato (che aveva la fama di essere ricco di ferro), cucinato con tutte le attenzioni, nella speranza che servisse a farmi essere un po’ meno anemico.
Io il fegato lo odiavo con tutta l’anima, quasi quanto la suora che ci costringeva a dormire “a comando”, con la testa sul banco, dopo pranzo. Così prendevo la fettina di carne, la tagliavo e provavo con tanta buona volontà a masticarla ma… niente da fare. Non andava giù e dopo un po’ diventava una specie di chewing gum fibroso. Allora mi guardavo furtivamente intorno, controllavo che la suora non mi stesse guardando, prendevo il boccone con la mano e lo buttavo sotto al tavolo, il più lontano possibile da dove ero seduto…

Quando esce a cena con i suoi amici  che tipo di locale preferisce? Cosa tende a ordinare in un locale?
Non mi dispiacerebbe andare a mangiare ogni sera da Vissani, ma per ragioni di budget – vi piace questo eufemismo? - tendo inevitabilmente a indirizzarmi verso qualche ristorantino non malvagio o qualche buona pizzeria.
Detto ciò, la cucina tradizionale vince a mani basse nelle mie preferenze rispetto a quella sperimentale.

Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
Tende a fare un aperitivo con due olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
Per la verità organizzo poche presentazioni. C’entra il poco tempo e i pochi mezzi a disposizione ma anche, sicuramente, il carattere schivo e la timidezza. Faccio infatti promozione molto più su internet che “dal vivo”.
In ogni caso è da escludere che io possa offrire pranzi completi. In linea teorica sarebbe molto bello riunire amici e lettori intorno a una grande tavola imbandita per mangiare e chiacchierare di libri; in pratica o comincio a giocare e a vincere con una certa frequenza al superenalotto o devo continuare a accontentarmi di olive e patatine.

Ha mai usato il cibo in qualche storia? Ad esempio nei suoi romanzi ci sono passi che ricordano cibi o profumi di cibo? Il cibo è mai protagonista?
In “Pinocchio 2112” c’è una scena in cui Angelo, il protagonista, porta qualcosa da mangiare al ragazzino che ha incontrato in una delle sue scorribande e quello, come un piccolo cucciolo, divora tutto di corsa per fargli vedere quanto è ubbidiente e indurlo in qualche modo a prenderlo con sé.
In “Luisa ha le tette grosse” uno dei momenti più dolorosi per il protagonista è quando, durante una cena in famiglia, davanti a un arrosto con contorno di piselli, il cognato/capufficio lo umilia alla presenza dei figli per un errore compiuto sul lavoro.
In “Nebbie”, sedute in cucina,  spizzicando da una serie di cartocci pieni di salumi e formaggi, Elena e Francesca, cugine e un tempo amiche per la pelle, cercano di ritrovare il piacere e la consuetudine di stare insieme.

“Pinocchio 2112” a che ricetta lo legherebbe, e perché?
A una rustica zuppa di fagioli con crostini di pane. Una ricetta semplice e “povera” che diventerebbe, però, una vera prelibatezza in un contesto misero e degradato come quello del “mondo sotterraneo” immaginato nel romanzo.
Tutto, infatti, è sempre relativo.

Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?
Mi riescono bene i risotti. Perciò…

RISOTTO CON ZUCCA E SALSICCIA
Ingredienti per 4 persone:
350gr di riso per risotto
400gr di zucca
200gr di salsiccia
1 litro c.a. di brodo
Una noce di burro
Una cipolla
1/2 bicchiere di vino (bianco, se volete che il risotto risulti di colore più chiaro)

Per mantecare
4 cucchiai di parmigiano
Seconda noce di burro

Procedimento:
Preparare il brodo con sedano carota e cipolla e tenerlo in caldo. Direi che non serve aggiungere un pezzo di carne (o il famigerato “dado”) considerato che nella ricetta c’è la salsiccia.
Togliere la buccia alla zucca, tagliarla a pezzi e sbollentarla (io la faccio andare pochi minuti nella pentola a pressione…), quindi frullarne una metà e tagliare l’altra metà a dadini “piccini picciò”.
Togliere la pelle alla salsiccia, sbriciolarla e rosolarla in una padella con un filo d’olio, sfumandola con un goccio di vino. Qualcuno mette prima nell’olio uno spicchio di aglio, ma a me non piace “mischiare” aglio e cipolla nella preparazione dello stesso piatto (punti di vista, chiaramente).
Far soffriggere in una pentola la cipolla tagliata fine, fine, fine con una noce di burro, quindi aggiungere il riso e far tostare per 2 minuti mescolando; quindi far sfumare con il vino, coprire di brodo, aggiungere un po’ di sale grosso e lasciare a cuocere per qualche minuto aggiungendo altro brodo mano a mano che il precedente viene assorbito dal riso.
Intorno a metà cottura aggiungere la salsiccia e la purea di zucca frullata.
Mescolate spesso e aggiungere ancora brodo.
Controllare se serve altro sale (la zucca è dolce e la salsiccia fa fatica a “compensare”).
Quando il riso è quasi cotto aggiungere i dadini di zucca.
A cottura ultimata mantecare con il burro e il parmigiano e servire

Quale complimento le piace di più come cuoco?
“Incredibile! E’ commestibile!” (Direi che è il massimo a cui, ragionevolmente, posso aspirare…).

E come scrittore?
“Ho iniziato a leggere il tuo libro e non sono riuscito a smettere…”

Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
Continuano a piacermi le righe finali del primo capitolo di “Pinocchio 2112”.
“Io procuro gli oggetti più assurdi che si possano desiderare in un mondo in cui il vizio è regola e l’eccesso non è punito, in cui chi ha la forza può tutto e chi è debole non ha che se stesso da vendere. E se non vale molto agli occhi di nessuno, allora può solo fuggire e subire.
O scegliere di smettere di soffrire. E morire.
Io non ho potere, ma non ho neppure bisogno di vendermi per sopravvivere. Sono tollerato, anche se formalmente si condanna quello che faccio, o meglio, quello che cerco. Perché procuro cose che, pur essendo inutili, tutti prima o poi, in qualche momento particolare della loro vita, desiderano tornare a possedere.
Io, infatti, procuro il passato.”


Grazie per la sua disponibilità                                                                           


sabato 16 marzo 2013

50 SFUMATURE DI SCI-FI


50 sfumature di Sci-Fi: aggiornamenti e news


È con grande piacere che  La Mela Avvelenata, annuncia questa news: "abbiamo terminato di raccogliere i racconti di 50 sfumature di sci-fi, la nostra antologia che vuole mostrare al pubblico italiano le infinite sfumature della fantascienza.
Tra gli autori ci sono molti scrittori esordienti, ma anche più conosciuti e navigati. Sono molti infatti gli autori Urania che hanno regalato un pezzo artistico a quest’opera. Siamo in attesa di una prefazione “speciale”.
Insomma, il meglio del meglio della fantascienza italica è quasi pronto per essere letto!
La redazione ha stimato di riuscire a pubblicare l’antologia tra fine maggio/giugno 2013, pronta per essere letta sotto gli ombrelloni al posto di quelle tristi sfumature che tanto impazzano di questi tempi ;)"
Riporto questo annuncio perché io partecipo al progetto col mio racconto INFINITY. 

lunedì 11 marzo 2013

IN CUCINA CON LO SCRITTORE: Giusi Dottini, Ebbrezza al cioccolato, Gremese Editore 2013





Oggi salutiamo e ringraziamo Giusi Dottini, in collaborazione con Alessandra Giusti,  autrice di Ebbrezza al cioccolato, Editore Gremese - L’Airone, 2013;
       
“Ebbrezza al cioccolato” è l’allegoria con la quale è descritto un particolare stato d’estasi ed esaltazione amorosa, e anche il nome di un dolcetto.
Il romanzo è suddiviso in due parti che coincidono con le diverse fasi della vita della protagonista, Filomena Scognamiglio, una pasticcera romana, che vive in bilico tra i guai in amore che si scontrano e si fondono alla sua carriera di pasticcera. Il connubio amore e cioccolato è sempre presente e si concretizza nella creazione di un dolcetto: Ebbrezza al cioccolato, un tortino dall’aspetto delizioso.

La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare?
Un tempo mi piaceva molto di più sia mangiare bene sia cucinare. Mangiare bene mi piace ancora, soprattutto amo sperimentare cose nuove, magari dall’aspetto invitante o anche strano, tipo che non si capisce cosa sia e mi dico: “Ma vai Giusi, provalo!”. Mentre per quanto concerne me ai fornelli, sto tornando alla verve di un tempo da quando ho cambiato casa e pure cucina, ovviamente! Sopratutto mi piace fare dolci.
Lo fa per dovere o per piacere?
Un po’ e un po’, si può dire?
No, un piacere non direi, ma se devo fare una cena per amici, allora sì, mi mette l’allegria. È la monotonia che mi disturba.

Invita amici o è più spesso invitata?
Mi invitano più le nonne (dei miei figli)! Perché pensano che sono pigra e che propini sempre le solite cose. Non è vero!

Ha mai conquistato amici o una uomo cucinando?
No, per fortuna posso contare su altre qualità, tipo la dialettica, se non sono troppo presa però, sennò le mie doti da seduttrice vanno a farsi friggere, per essere in tema. E lo sguardo (dicono...)

Vivrebbe con  un compagno che non sa mettere mani ai fornelli?
Non sarebbe una tragedia, ma preferisco le persone autonome, che non ricorrono insomma al cinese/kebabbaro tutti i giorni o alle mamme - sorelle - amiche per avere un piatto cucinato.

Quando ha scoperto questa sua passione di scrivere?
Penso da subito, da quando ho imparato a scrivere, dunque a sei anni. Mi hanno detto di essere stata la prima della mia classe a mettere insieme le lettere e farle diventare una parola. Poi non mi sono più fermata e basta... però scrivere è anche altro, non solo raccontare una storia, è un vero processo di purificazione, di liberazione, forse... chissà! Hai detto bene: è una passione, non si può farlo così per lavoro ed è triste che molti lo facciano appunto per lavoro anche se sprovvisti di talento e di passione, mentre alcuni che il talento lo hanno, restino nell’ombra tutta la vita, perché meno fortunati penso, non so.

Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo?
Le olive al mercato, me le comprava mia madre. Erano verdi, si vedevano al peso ma non nelle bustine di plastica come si usa ora, nella carta. E io seduta nel mio passeggino o mano nella mano a mia madre, spiluccavo.

Ha un piatto che ama e uno che detesta?
Ovviamente il cioccolato! Non troppo, a piccole dosi ma si sa, se c’è il cioccolato si parte già bene! Poi anche ogni genere di pasta, un po’ meno i secondi. Il pesce no che mi fa male, prima mi piaceva tanto, peccato! Io amo qualsiasi cosa sia commestibile, non detesto niente. Certo, tra un piatto di gnocchi ai quattro formaggi e una fettina di vitello scondita...

Un colore dominante proprio di cibi che le piacciono?
Il verde perché amo le verdure ma anche l’avocado, e la pasta al pesto!

Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, una bibita speciale per stare fermo a scrivere?
No, il contrario, siccome sto troppo ferma a scrivere mi è capitato di scuocere la pasta o di bruciare dell’aglio che frigge. Cose che capitano quando sei scrittrice e casalinga...

Scrive mai in cucina?
No ma il mio cubicolo si trova accanto alla cucina...

Altrimenti dove ama scrivere? e a che ora le viene più naturale?
Ho una stanzetta relax con dei bei finestroni che è molto ispirante, ma potrei scrivere ovunque e infatti ho scritto ovunque. Io scrivo sempre di mattina, sempre e tassativamente prima delle cinque del pomeriggio. Dopo mi arriva la fase down, nel senso che l’ispirazione crolla e se sto al computer è solo per vedere dei video, cazzeggiare...

 Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto preso dalla scrittura?
Sono sempre presa dalla scrittura e sì, consumo molti snack, soprattutto cose fast, tipo panino o piadina. Ma ogni tanto cucino anche per me sola, sempre cose rapide però! Come gnocchetti che fanno presto!

Che tipo di cibo desidera di più quando scrive ed è preso dal suo lavoro? Salato o dolce?
Credo dolce, perché magari entrando in empatia con le pene d’amore dei miei personaggi (le pene d’amore non mancano mai!) ho cali di affetto.

Ha un aneddoto legato al cibo da raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
Giusto da pochi giorni mio figlio Filippo che ha dodici anni ha iniziato a fare la pizza con me e ora la fa da solo. Io però devo comunque supervisionare, tra il forno e stenderla, do una mano.

Lei è uno scrittore di  narrativa, romanzi, quando esce a cena con i suoi figli, o amici  che tipo di locale preferisce? E quando esce con suo marito?
Oppure per festeggiare una pubblicazione?  Cosa tende a ordinare in un locale?
Quando devo festeggiare una pubblicazione, di solito vado fuori con le amiche. Cosa ordiniamo? Pizza e fritti, soprattutto. Oppure qualcosa di esotico, come detto prima mi piace sperimentare. Non amo i ristoranti troppo ricercati e detesto quelli in cui ti portano il menù e poi spariscono per delle ore.

Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
Tende a fare un aperitivo con due olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
Non solo, penso di essermi addirittura inventata l’aperilibro, dico penso perché non l’ho deposita e dunque non so se qualcuno mi ha preceduto. L’aperilibro è per l’appunto una presentazione in un locale-bar-ristorante, dove si offre un aperitivo bello ricco, tipo apericena, e nel costo (per due, ma tipo a Milano da Callegaro la scorsa domenica ho fatto a persona) per ammortizzare il costo del romanzo. Di solito intorno alle dieci euro ad aperitivo, una copia in omaggio ogni due persone. Non serve dire che così si evita l’imbarazzo di dover “vendere” il libro e anche l’imbarazzo di doversi giustificare con il proprietario se poi nessuno consuma!

Ha mai usato il cibo in qualche storia?
Ad esempio in  “Ebbrezza al cioccolato” ci sono passi che ricordano cibi o profumi di cibo?
Assolutamente sì, come ci suggerisce il titolo. Ebbrezza l’ho scritto in collaborazione con Alessandra Giusti, ed è tutto incentrato nel laboratorio della protagonista, tra colori e sapori legati al cibo.
Il cioccolato è il protagonista sottotraccia ma onnipresente in tutta la storia.
“Ebbrezza al cioccolato” a che ricetta lo legherebbe, e perché?
Non una ricetta ma una semplicissima cioccolata, magari di quelle dense e quasi bollenti. Perché è come quando ti travolge l’amore: ti scotta, ti passa dentro e ti scalda. Poi ti resta il retrogusto amaro.
Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?
TORTA AL CIOCCOLATO E RICOTTA:
200 grammi di farina
220 grammi di zucchero
3 uova
100 grammi di ricotta
Una bustina di lievito vanigliato
Un pizzico di sale
Una tavoletta di cioccolato al latte o fondente a seconda dei gusti, sciolto
2 cucchiaini di cacao
Burro per imburrare la teglia.
Una volta miscelati tutti gli ingredienti, infornare per 30 nel forno pre-riscaldato a 180.

Quale complimento le piace di più come cuoco?
Che sono stata originale
E come scrittore?
Lo stesso, che non scrivo banalità, frasi retoriche sopratutto.

Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
Luca di Ebbrezza al cioccolato: “Cioccolato e dolore è una buona combinazione, provala. Avrà un sapore più profondo, più intenso. Tutto avrà quel sapore per un po’. Dopo ti sentirai più viva, dovresti tenere stretta quella sensazione il più a lungo possibile, è un dono”.

Grazie per la sua disponibilità     
Grazie a voi!                                                                     








mercoledì 6 marzo 2013

Foto-recensioni: Nient'altro che amore, Amneris De Cesare


Oggi vi voglio parlare di un piccolo romanzo d' esordio:
Nient'altro che amare di Amneris Di Cesare ed. Cento Autori (Collana Palpiti pp 120, 11euro ). 
La quarta di copertina: 
È la madre a darle quel soprannome, a' zannuta. Una madre che non l'ha mai amata per via di quei denti sporgenti che le danno un'espressione che vagamente ricorda quella di una coniglia. Non l'ha mai difesa da un padre violento e ubriacone che, come tutti in paese, l'ha sempre considerata una ciòta, una stupida, una che non serve ad altro che a divertire gli uomini, grazie al corpo maledettamente sensuale che si ritrova. Ma Maria non sarà mai come lei. Amerà i suoi figli, tutti, indistintamente e nonostante li abbia avuti, spesso, dopo aver subito violenza. Perché come l'animale a cui assomiglia, Maria è prolifica, forte e mansueta. Ma non provate a portarglieli via, quei figli. Perché come i conigli, Maria sa mordere. La vita come l'amore. Perché Maria è una che ama, una che non sa fare nient'altro che amare

Ho iniziato e finito velocemente la lettura del romanzo perché la prosa è agevole anche se intercalata da frasi dialettali che la rendono viva e immersa in una realtà rurale ormai lontana, tipica del dopoguerra e della ripresa degli anni 60 che però tocca marginalmente il sud).
Qualcuno dice che non è un romanzo d’amore: ebbene io posso affermare che invece è un romanzo d’amore. Addirittura di ogni tipo d’amore: grandissimo amore,  non amore, diverso amore, amore calpestato.  Amneris De Cesare affronta infatti sia l’amore negato per essere  'a Zannuta, una bambina brutta che poi diviene donna, emarginata, calpestata, perché femmina, brutta e povera, addirittura sciocca - come se la bellezza fosse la porta dell’intelligenza-  prima dalla famiglia e poi dalla società maschilista del paese. L’amore passionale e carnale, quello senza tante spiegazioni, istintivo e umano per il bel tedesco. L'amore stupito, riconoscente e grato,  che le insegnerà la dignità e la condurrà alla riscossa e quello per i figli, l’amore sublime, materno, che la fa lottare, e che la conduce come l’ unica bussola della sua vita. Se non è questo un romanzo incentrato sull’amore allora cosa dobbiamo dire? E’ vero che si affrontano molti temi, ma tutti ruotano intorno a questa donna, attratti dal miele tra le sue gambe o quello che traspira dalla sua mente che non è sciocca per niente.
La conclusione mi ha un po’ ricordato una commedia di Edoardo De Filippo, tra l’altro splendida, Filumena Marturano,  in cui c’è la riscossa di una donna che lotta  con dignità per l’amore e per i suoi figli.

lunedì 4 marzo 2013

IN CUCINA CON LO SCRITTORE Marta Leri, Il riccio e la castagna.


Interviste culinarie di Federica Gnomo

Oggi salutiamo e ringraziamo Marta Leri, autrice del romanzo “Il riccio e la castagna”, Ferrari editore, 2011, per averci aperto la porta della sua cucina.
       
Mi chiamo Marta Leri, sono nata a Firenze il 28.08.1955. Vivo a Manziana, vicino a Roma.  Nel 2007 mi sono ammalata di cancro e ho iniziato un lungo percorso che mi ha portato a cambiare totalmente la mia vita.  Ho deciso di raccontare questa mia esperienza, in un romanzo intitolato "Il riccio e la castagna".
Il mio desiderio è quello di trasmettere speranza e fiducia a chi è colpito da questa malattia o ha un parente o un amico in questa condizione perché  sono convinta che la fiducia nella propria guarigione sia fondamentale per il successo delle terapie. La malattia è un messaggio che il nostro corpo ci manda per avvertirci che la nostra vita ha bisogno di cambiamenti, chi sa ascoltare il proprio corpo può entrare veramente in connessione con la vita.

La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare?
Mi piace mangiare bene, un po’ meno cucinare.
Quindi cucina più per dovere che per piacere?
Lo faccio spesso per nutrirmi in modo sano, non mi piace mangiare al ristorante, né tanto meno mi piacciono cibi di tavola calda, rosticceria e fast food; qualche volta lo faccio per piacere, soprattutto se ho ospiti.
 Invita amici o è più spesso invitata?
Qualche volta vengo invitata ma preferisco invitare.
 Ha mai conquistato amici o un uomo cucinando?
No, non sono così brava in cucina, sono però stata conquistata da un uomo che sa cucinare molto bene e anche per questo l’ho sposato.
Vivrebbe con  un compagno che non sa mettere mani ai fornelli?
Penso di sì, ma dovrebbe avere molte altre qualità che compensino questa carenza.
Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo?
Ricordo un dolcetto che faceva mia nonna, quando l’andavo a trovare in estate. Viveva in un piccolissimo paese sull’Appennino tosco-emiliano. Il dolcetto si chiama “pattona” ed è fatto con farina di castagne, acqua e un pizzico di sale. Mia nonna metteva l’impasto tra due foglie di castagno e poi le metteva nel forno a legna a cuocere. Quando riapriva il forno si sprigionava un meraviglioso odore di legna e castagno. Occorreva aspettare qualche minuto prima di poter liberare la pattona dal suo involucro di foglie ma quei minuti erano un gran godimento per l’olfatto. Il gusto che mi dava quel sottilissimo strato di farina di castagne cotto senza olio era intenso e unico.
Ha un piatto che ama e uno che detesta?
Ci sono molti piatti che amo, quelli legati alla tradizione culinaria toscana che è la mia regione di origine. I crostini con fegatini di pollo, la ribollita, i tortelli maremmani di ricotta e spinaci, il castagnaccio. Detesto il cacciucco o brodetto e in genere il pesce cucinato con il pomodoro, le ostriche, le lumache.
Un colore dominante proprio di cibi che la disgustano?
Non c’è un colore che non mi piace, forse è più un problema di consistenza mi piacciono di più le pietanze ben cotte, ad eccezione della bistecca che mi piace al sangue.
Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo?
Quando mi metto al computer mi piace avere qualcosa da sgranocchiare, come le arachidi, anacardi, chicchi di mais tostato.
Prende caffè? O tè, una bibita speciale per stare fermo a scrivere?
Bevo volentieri infusi di erbe, tè, tisane. Mai il caffè.
Scrive in cucina?
No, la mia cucina è piccola, e non c’è proprio spazio per scrivere.
Dove ama scrivere? e a che ora le viene più naturale?
Mi piace scrivere con la penna e il quaderno, di solito ho bisogno di un tavolo e di un ambiente protetto e riparato, scrivo quasi sempre in casa, sul tavolo da pranzo, qualche volta seduta sul letto, occasionalmente mi capita di scrivere all’aperto, quando sono in vacanza, al mare soprattutto. Le prime ore della mattina sono le più produttive per me.
Si compra cibo pronto (tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto presa dalla scrittura?
Non compro mai cibo pronto da portare a casa, se non ho tempo di cucinare, mi accontento di poco, pane e pomodoro, due uova al tegamino, un pezzo di formaggio con il pane.
Che tipo di cibo desidera di più quando scrive, salato o dolce?
Quando lavoro preferisco il cibo salato, mi sembra che stimoli di più l’attività.
Ha un aneddoto legato al cibo da raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
Un aneddoto che ho raccontato nel libro: il primo anno che vivevo in campagna, raccolsi, sotto ai due castagni del mio giardino, una gran quantità di castagne, erano bellissime, chiesi come dovevo fare per conservarle e mi suggerirono di metterle a bagno per uno o due giorni, poi, fatte asciugare, si potevano conservare per alcuni mesi. Seguii il consiglio e dopo averle asciugate le misi in un sacco di iuta, dentro una cassapanca di legno, in casa. Partii per un breve viaggio. Al ritorno andai a controllare le castagne che avevo raccolto con grande  soddisfazione e le trovai irreversibilmente tutte ammuffite. Non c’era più niente da fare. Le dovetti buttare via tutte. Fu un grande dolore.
Lei è una scrittrice di storie autobiografiche, quando esce a cena che tipo di locale preferisce?
Mi piacciono i ristoranti dove si servono piccole porzioni e tanti assaggini, le luci e la musica devono essere soft, in inverno mi piace sedermi vicino al camino, nella bella stagione all’aperto. Scelgo piccoli ristoranti poco frequentati dove non si deve aspettare molto per essere serviti.
Cosa tende a ordinare in un locale?
Cerco sul menù il piatto più sfizioso, qualcosa che non conosco o che non cucinerei a casa. Può bastarmi anche solo un abbondante antipasto. Bruschette, fritti, tartine, verdure alla griglia.
Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
Tende a fare un aperitivo con due olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
Nelle prime presentazioni che ho fatto del mio libro, è stato mio marito a preparare il buffet, abbiamo offerto pane speciale fatto da lui, servito con salsa di melanzane, cous-cous, vino. Gli intervenuti hanno apprezzato molto.
Ha mai usato il cibo in qualche storia?
Nel romanzo “Il riccio e la castagna”, la protagonista, nel suo percorso verso la guarigione, affronta anche il difficile compito di cambiare le sue abitudini alimentari e si cimenta in un nuovo modo di cucinare.
Ci sono due passaggi in cui si parla di cibo, quando la protagonista comincia a capire che l’alimentazione ha una parte non secondaria nel suo processo di guarigione e decide di rinunciare ai dolci, di cui è ghiotta, e poi quando impara, con un’amica, a cucinare in modo sano e prepara dei piatti che poi offre ai suoi amici in un pranzo che inaugura l’associazione Sa.sa, sapore e salute, di cui si fa promotrice.
 “Il riccio e la castagna” a che ricetta lo legherebbe, e perché?
Lo legherei alla ricetta del castagnaccio, perché la castagna è strettamente legata a questa ricetta nel mio immaginario.
Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?
IL CASTAGNACCIO
Comprare una busta di farina di castagne di ottima qualità. Metterla in una ciotola capiente. Stemperarla con dell’acqua tiepida, aggiungendola poco alla volta e girando l’impasto con una frusta, quando si sarà ottenuta una consistenza semiliquida e si sarà completamente sciolta la farina, aggiungere un pizzico di sale, due cucchiai di olio extravergine di oliva, un po’ di uvetta sultanina precedentemente ammollata e una manciata di pinoli. Versare il tutto in una teglia ben unta di olio e versare ancora un poco di olio sopra l’impasto. Far cuocere in forno caldo per una trentina di minuti a 180°. Il segreto del castagnaccio è dato da tre elementi: la qualità della farina e dell’olio, che deve essere abbondante, e la cottura. Il castagnaccio deve essere basso e ben cotto, un po’ “scrocchiarello”.
Quale complimento le piace di più come cuoca?
Mi piace che si apprezzi il tentativo di coniugare la scelta di ingredienti sani e genuini con il gusto.
E come scrittore?
Mi ha fatto molto piacere sentirmi dire da qualcuno che aveva paura ad affrontare un argomento così ostile, e che, dopo le prime pagine, ha letto il libro tutto d’un fiato ricavandone un sentimento di speranza e di ottimismo.
Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
Una frase che pronuncia la protagonista  del mio libro: “La frutta lontano dai pasti, il pane solo a colazione. I dolci mai e, comunque, mai la sera. Attenzione ai cibi che si associano nello stesso pasto. Posso farlo, con amorevolezza. Ora sono più attenta al mio corpo. Sono in ascolto. Sono meno impaziente.”

Grazie per la sua disponibilità                                                                            






domenica 3 marzo 2013

Il racconto hot della Domenica. L'ULTIMA NOTTE, F.Gnomo Twins

                                        




 Racconto Finalista selezionato da BRAVI AUTORI:
 Antologia erotica “69 orizzontale”  pubblicato Maggio 2012

L’ULTIMA NOTTE
Di  F.Gnomo Twins

   «Non hai paura?» mi domanda mentre le sue dita gelate, improbabili, mi sfiorano le labbra e mi fanno ammutolire. Non rispondo; non posso, o non voglio. Non ha importanza. Lei mi trascina con sé.
   Abbandono il cappotto sulla sedia, non ho freddo, e non mi serve. Lascio me stesso dentro la sala, e solo il lupo dal cuore di bambino attraversa la strada nell'alba con lei. Abito leggero che lascia al vento le carezze che io vorrei darle. Emozione ci divide e ci incatena. Lei arruffa il pelo dell'anima libera e selvaggia che è in me. Un muro, un muro scrostato, un angolo buio, e non resisto; la faccio fermare... Il sesso dolente reclama dolce tortura, la sua mano inizia a scorrere sui miei fianchi.
    «Pazzo, non puoi aspettare?» mi dice mentre accosta le labbra e divora quello che sarà il suo pasto, quel giorno.
Non ho la forza di parlare.
   Sento che morde le labbra e mi fa sanguinare, lecca. Bacia. Poi le sue dita gelate slacciano la camicia e percorrono i muscoli del petto e della pancia. Graffia leggermente, solletica, tasta; prova la mia resistenza. E scende verso il mio sesso.  Scende inesorabile, mentre ormai mi gira la testa e vorrei solo non averla mai incontrata.

   Il mattino dopo mi trovano per strada. Addormentato, mezzo nudo; assiderato, in realtà. I miei amici, allarmati dai lividi ai lati delle labbra, mi portano al pronto soccorso. Non ho nulla, solo qualche ematoma, strane impronte di denti, febbricola e glande molto arrossato. Firmo ed esco. Lascio il posto a chi sta male davvero e non ha solo morsi, come i miei, sulla pelle. 
   «Ma chi hai incontrato ieri sera?»
Qualcuno  fa una battuta; mi riportano a casa. Vorrei raccontare cosa ho vissuto, ma nessuno mi crederebbe, e forse ho sognato. O ero solo un po’ sbronzo; la sera dell’ultimo dell’anno può capitare.
Però un sogno non lascia abrasioni, e lei ha graffiato forte, e ha lasciato impronte ovunque. Segni che non riesco a guardare. Che bruciano. I più profondi sono sul  cuore. Non riesco a dimenticarla. Mi ha stregato, come se da quei graffi fosse passato il veleno che mi ha infettato.
   La sera stessa desidero tornare in quel punto preciso dove il muro rotto inquadra la luna, la divide in due e la spacca come una noce.  Spero che ritorni, che abbia voglia di finire di uccidermi del tutto. Da ieri notte infatti mi sento diverso, come se avessi due vite, e una parte di luna mi appartenesse mentre l’altra, la sua, mi stesse aspettando.
   Mi siedo sul marciapiede e guardandomi intorno da lontano vedo correre verso di me un lupo solitario.  È lei! Ne ho come il presentimento, anzi ne sono sicuro e non ho timore.  Mi si avvicina. Lo sguardo umano precede la mutazione nella donna che ho conosciuto.
   «Non hai paura?» mi chiede di nuovo, con la stessa identica voce della sera precedente.
   «No» rispondo deciso,« ti ho desiderato tutto il giorno fino a stare male, e ora non ho paura».
Lei allora annuisce. Mi prende per mano, mi sorride. Le si illuminano due occhi di ghiaccio che mi fanno girare la testa di nuovo.  Mi bacia  e io mi sento rabbrividire,  e poi farmi di fuoco, mentre si sprigiona una grande potenza che mi trasforma nel lupo che sento dentro di me. Il cuore accelera e pulsa fino a toccare le ossa del torace.
   «Non mi sbagliavo» mi dice, mentre riprende le sembianze di quel lupo che avevo visto.
Ci uniamo così, selvaggiamente, senza provare emozione, ma solo istinto.  Non posso credere che sia vero. Stavolta la mordo io sul collo, e lei geme. Geme alla luna con un ululato che solitario giunge alle mie orecchie.
   Al mattino sono di nuovo umano. Ricordo di aver amato un lupo nella notte e di aver corso con lui fino a crollare. Solo.
   Torno a casa che inizia a nevicare, cammino a lungo, quasi perso perché mi sono allontanato e il paesaggio bianco mi confonde. Sto male. Come un drogato in astinenza sudo freddo e la desidero. Parte di me vorrebbe rivederla, parte di me inizia a temere questa attrazione. Lei è scomparsa senza lasciare tracce, neanche da seguire,  e io mi sento pazzo. Gocce di delirio liquido, fredde mi trasudano dalla fronte.
   La notte dopo, la terza. Quando ormai la bramo sia come umano che come lupo, lei torna al solito posto dove io già l’aspetto.
   «Non hai paura?» mi chiede di nuovo. Bellissima, più attraente del solito, con occhi scintillanti contornati di nero, e lame di coltello al posto degli artigli.
   «No» rispondo ancora.
   «Eppure stasera una parte di te dovrà morire» mi dice.
   «Non ho paura…»
   «Sei uomo e lupo. Dovrò scegliere quale parte sacrificare…»
Comprendo il suo discorso, ma non ho timore. Come se l’avessi sempre saputo, come se fossi destinato.
L’ultima notte al mondo come umano, o come lupo.
   «Dovrò scegliere la parte migliore, quella con cui vivere».
   Detto questo, inizia a saettare con le lame e taglia ogni centimetro dei miei indumenti riducendoli a strisce sottili, le lascia portare via dal vento. Poi si getta su di me. Mi trovo spalle al muro, le sue unghie, lamine d’argento, conficcate nella pelle, mi bloccano.  Lei   lambisce ogni piega  del mio corpo, le dita cercavano di insinuarsi ovunque, strisciando. I denti affondano intorno ai capezzoli.  Morde famelica, e il sapore del sangue la eccita. Io sento la vita scorrere via tra quei morsi, eppure pulsare interamente intorno mio sesso.  Scende fino all’inguine e inizia a leccare e percorrere interamente il mio membro.  Allungo le braccia, voglio toccarla, guidarla. Ma stranamente sono immobile, come stordito, lei  mi sottrae ogni forza.  Proprio mentre la desidero, e sento di stare per esplodere nel piacere che le sue labbra mi provocano, mi accorgo di essere un lupo. Lei si blocca e cede il comando al lupo; come la seconda sera si lascia prendere da me. La penetro. Due lupi grigi nella notte, uno con cuore impavido, cuore di bambino. Lei donna a metà.
Poi il buio cala su di me.
   La mattina dopo mi sveglio uomo. Nudo, con accanto lei. Siamo nel mio letto. Siamo nella mia casa.
La mia donna, la mia casa.
La bacio, l’accarezzo. Non scompare con l’alba.  È luce rarefatta che si rapprende in morbida pelle rosa.
Delirio lucido, mi diagnosticano, quando descrivo la mia donna, e come l’ho incontrata.
Nessuno la vede.
   Sono anni ormai che mi considerano pazzo.  
   Sono anni che un  lupo grigio con occhi di ghiaccio nelle notti di luna piena viene a trovarmi.     
Corriamo insieme fino a stancarci per poi fare l’amore.
E stanotte, a quanto dicono tutti, sarà l’ultima…davvero.

FINE

sabato 2 marzo 2013

Home Sweet Gnome: vasetti romantici


Care lettrici è Marzo e viene voglia di piantine. Se non avete un giardino e il verde in casa non avete tempo di curarlo, vi consiglio le piante grasse. Estremamente robuste e facili da mantenere, se sarete attente a non fradiciarle con troppa acqua, vi daranno grandi soddisfazioni. Potete creare un angoletto romantico  ricoprendo i vasi di coccio, anche spaiati,  con vari merletti di cotone che si comprano in merceria a pochi euro. Ricordatevi soltanto di prendere il diametro esterno maggiore del vasetto e abbondare circa un centimetro, poi sbizzaritevi ricoprendo anche altre parti. Più varierete le piantine e i vasi, i merletti e i rivestimenti, più il vostro angolo sarà carino. Lo potete costruire nel tempo, andrà bene per una Casa Romantica.