lunedì 6 maggio 2013

IN CUCINA CON LO SCRITTORE Luca Fadda, Bentesoi, Edizioni Nulla Die


IN CUCINA CON LO SCRITTORE
Interviste culinarie di Federica Gnomo Twins


Oggi salutiamo e ringraziamo l‘autore Luca Fadda, Bentesoi, Edizioni Nulla Die, 2013, per averci aperto la porta della sua cucina.

“Amare, come il sentimento all’infinito, come il sapore delle parole dell’addio”
Questa frase, tratta dall’inizio del diario del protagonista, riassume tutta la vicenda narrata in Bentesoi. Tra l’amore e l’amaro scorre la storia, che trae spunto dal primo libro di Patricia Highsmith (Sconosciuti in treno), soggetto originale del film di Hitchcock “Delitto per Delitto”. Con le dovute varianti, Bentesoi è un romanzo a tinte noir, la storia di un’amicizia giovanile sfumata e la sua evoluzione nella maturità dell’età adulta. Il passato che torna con un sapore nuovo, sferzato da ferite mai rimarginate dal tempo. E come recito in quarta di copertina, il ritorno al passato non è mai indolore. Per nessuno.

La prima domanda di rito è: le piace mangiare bene? E cucinare?
Diciamo che il mio mangiare è semplice, a volte un panino mi basta, soprattutto quando sono da solo. Anzi, quando sono solo mi dimentico proprio del pasto. Al contrario il cucinare è una cosa che proviene dai miei geni: il cuoco di casa era papà, e le mie sorelle sono ottime cuoche. A me piace cucinare e cerco sempre di essere originale. Non mi accontento della ricetta precisa da eseguire come un automa, la ragiono la ricetta che preparo. Se un ingrediente non mi va, non lo uso, e se mi sembra che manchi, lo aggiungo. Così come i procedimenti, soprattutto all’inizio di una preparazione.

 Lo fa per dovere o per piacere?
Non saprei. In realtà io ho preso in mano la cucina fin dal primo giorno di matrimonio. E da allora è un mio feudo personale. Però è una cosa che mi piace, mi fa sentire vivo correre dietro alle varie fasi della preparazione di un piatto.

 Invita amici o è più spesso invitato?
Non faccio una grande vita sociale e la maggior parte delle volte sono invitato. Ma ci sono periodi nell’anno in cui ci scateniamo con gli inviti e a quel punto io mi scateno in cucina. Posso alzarmi alle cinque per fare una pasta al forno perfetta.

 Ha mai conquistato amici o una donna cucinando?
Non credo. Se è successo, è stato a mia insaputa. La sola idea che un uomo cucini bene, conquista; anche se a me non sembra una gran cosa. È come dire che una donna sa guidare bene l’auto: non ci vedo niente di strano.

Vivrebbe con  una compagna o un compagno che non sa mettere mani ai fornelli?
In parte lo faccio. Non che mia moglie non sappia cucinare (ma non ne ho la minima idea), però io la escludo da questi frammenti della giornata. Lo faccio per piacere mio (e del palato suo e di mio figlio), quindi credo che non avrei problemi nel vivere con chi non sa nemmeno accendere un fornello.

Quando ha scoperto questa sua passione?
Credo che fosse all’università, perché a casa papà monopolizzava i fornelli. Io da studente vivevo con altri quattro colleghi e cucinavamo a turno. Loro facevano la pasta al sugo, o scaldavano le pietanze portate da casa. Io invece portavo gli ingredienti, per poi preparare il pranzo e la cena.

Ci racconta il suo primo ricordo legato al cibo?
Come ricordo diretto, ho in mente sempre una teglia enorme (ero piccolo, forse cinque o sei anni) di gamberoni al forno. Non era la prima che veniva portata a tavola, ma mentre gli altri invitati mangiavano ancora uno, due gamberoni, io continuavo a strafogarmi fino all’ineluttabile. Credo che siano passati almeno dieci anni tra quel giorno e la prima volta che mangiai di nuovo gamberoni.

Ha un piatto che ama e uno che detesta?
Non ho grandi preferenze, mangio praticamente tutto. Ma la carne è sicuramente il mio alimento preferito, e non necessariamente cucinata in maniera classica. Amo gli intingoli e le forme interessanti del cibo. Per esempio, a mio figlio ogni tanto cucino le “uova di carne”: in pratica sono fettine di vitello che avvolgono una fetta di pancetta (o speck, prosciutto crudo o cotto) un uovo sodo, il tutto cotto in umido.
Se mi chiedete qualcosa che detesto, però, non posso che citare la trippa. Già l’odore in cottura mi fa stare a digiuno per due giorni.

Un colore dominante proprio di cibi che la disgustano?
Il grigio-trippa, se è un colore. Ma il grigio è triste in un piatto, a prescindere dalla trippa. Posso mangiare un risotto nero (fatto col nero di seppia), ma non uno grigio.

Quando è in fase creativa ha un rito scaramantico legato al cibo? Prende caffè? O tè, una bibita speciale per stare fermo a scrivere?
Nessun rito scaramantico, ma nelle pause mi affogo di caffè. E se sono solo salto i pasti, appesantiscono mente e corpo portando alla pennichella. Anche se la fase di pre-addormentamento è proficua per i pensieri, non sempre viene accettata dal ricordo, per cui preferisco essere il più vigile possibile mentre scrivo.

Scrive mai in cucina?
Scrivo usando un portatile e quando sono da solo in casa è poggiato sul tavolo di cucina. Se devo cucinare, mi piace alternare scrittura e cottura. Credo che la fase creativa di qualsiasi attività vada a influire su quelle delle altre. Forse è per questo che se non ho idee per una storia, creo un piatto laborioso.

Altrimenti dove ama scrivere? e a che ora le viene più naturale?
Ho una postazione di scrittura nella mansarda di casa. Quella era la postazione da “cinque del mattino”. Mi alzavo presto per scrivere, perché le idee mi assillavano tutta la notte. A volte dormivo un’oretta e mi mettevo all’opera.
Adesso è diverso, perché non vado neppure a letto. In pratica dormo una notte ogni tre. La notte è perfetta per scrivere perché puoi immaginare di tutto: anche la luce, e la immagini come vuoi tu. Alla luce, invece, puoi solo descrivere ciò che è sotto gli occhi di tutti.

 Si compra cibo pronto ( tramezzini, pizza, snack) o si cucina anche quando è molto preso dalla scrittura?
Se sono molto preso, di solito non mangio. Se devo mangiare, preferisco comunque cucinare. È difficile che troviate a casa mia dei cibi pronti. L’unica concessione sono le spinacine d’emergenza.: se si rientra tardi la sera, e si è a digiuno, un salto nel forno e via. Ma a dire il vero non so se in fondo al freezer ce ne siano ancora.

Che tipo di cibo desidera di più quando scrive ed è preso dal suo lavoro? Salato o dolce?
Non sono un grande amante del dolce, tanto che i dolci sono l’ultima cosa che ho imparato a preparare, anche se adesso li preparo ogni settimana. Però assaggio per capire come sono venuti, il resto è tutto per mia moglie e mio figlio. Il salato invece mi stuzzica, e niente è meglio di una bella fetta di pane con prosciutto crudo per risvegliare l’attenzione.

Ha un aneddoto legato al cibo da raccontarci? O una cosa carina e particolare che le è accaduta?
Non è un vero aneddoto, ma una maledizione. Di solito al fine settimana preparo la pizza. E mi viene perfetta, detto senza falsa modestia, nonostante cambi spesso il procedimento. Però quando invitiamo qualcuno per una pizzata casereccia, non so perché ma succede sempre qualcosa. Nel mio curriculum ho  l’impasto non lievitato, il forno che brucia la pasta, il forno che si spegne a metà cottura e la farina nuova che scopro (a dispetto dell’etichetta) essere integrale.
Ma nell’intimità della famiglia, la pizza è sempre perfetta. Io la chiamo, con poca fantasia, “La maledizione del sabato sera”.

Lei è uno scrittore (cito dal suo blog) d’AltriMenti. Quando esce a cena con i suoi figli, o amici  che tipo di locale preferisce? E quando esce con sua moglie? Oppure per festeggiare una pubblicazione?  Cosa tende a ordinare in un locale?
Non credo che “lo scrittore” ordini, lui scrive. Essendo abituato fin da piccolo a mangiare sano e saporito, ho una specie di rigetto verso i ristoranti veri e propri. Non sono mai soddisfatto. La mia scelta è sempre per la pizzeria, perché la pizza è buona anche fuori casa. Altrimenti se ci sono periodi in cui mi va proprio l’abbuffata, e allora un agriturismo è la cosa migliore: mangi sempre le stesse cose (la novità è per i turisti non sardi, di solito), ma sono genuine, come fatte in casa.
Non festeggio le pubblicazioni, quando arrivano le vedo solo come l’inizio di un lungo percorso. Se il mio editore, un giorno, mi chiamerà per dirmi che ho superato le centomila copie, allora avrò qualcosa da festeggiare.

Nelle sue presentazioni offre un buffet? Pensa sia gradevole per gli ascoltatori intervenuti?
Tende a fare un aperitivo con due olive e patatine o a offrire quasi un pasto completo?
Devo essere sincero nel dire che non ho ancora fatto presentazioni, per scelta più che altro. Ma per Bentesoi ho già pensato a tutto. Il buffet non può mancare: attira più un panino con prosciutto e formaggio (sardi entrambi) e un buon bicchiere, che la copertina titolata di un libro. Un vero lettore verrebbe anche senza buffet, ma un vero lettore comprerebbe il libro, forse, anche senza presentazione.
La mia idea di buffet è un pasto completo. Certo, nessuna suddivisione in primi, secondi e contorni. Parlo di panini, spicchi di formaggio, insaccati, tortine salate e dolci. Se fosse per me preparerei tutto io, ma non mi piace passare da egocentrico. Trovo comunque che sarebbe un momento di relax, soprattutto per me, dopo la tensione della presentazione. E un modo carino per rispondere, in veste privata e senza divisioni tra me e il pubblico, alle domande degli invitati.

Ha mai usato il cibo in qualche storia?
Ad esempio in  Bentesoi ci sono passi che ricordano cibi o profumi di cibo?
Ho usato il cibo nel primo libro, in un racconto (Macellazione abusiva) in cui il cibo è un po’ surreale, tanto che tratta di una macelleria abusiva di carne umana. Ma in generale non cito i cibi se non in maniera molto sfumata.
In Bentesoi i due protagonisti si parlano a lungo davanti a una cena tipica sarda, ma non entro nel dettaglio delle portate. In origine elencavo l’intero menù a base di culurgiones, panadas, maialetto arrosto, dolci secchi sardi, ma la cosa stancava e ho limato le descrizioni restando sul generico. E anche successivamente a quella cena, il cibo è solo lo sfondo naturale di una giornata normale. Però questo dipende dai personaggi, sono troppo indaffarati a vivere le loro preoccupazioni per pensare al cibo.

Il cibo è mai protagonista?
Come ho detto prima, in Macellazione abusiva il cibo è il protagonista. In tutti i sensi, anche quelli meno apparenti. Ma per ora, non mi è capitato di inserirlo come oggetto di una storia complessa. In futuro non si sa mai però.

Benesoi a che ricetta lo legherebbe, e perché?
Un qualsiasi piatto elaborato, per l’intreccio che si è creato durante la scrittura. Mi riferisco a quei piatti che fondono assieme il dolce, il piccante e il salato per ottenere un sapore delicato. Penso che una bella anatra all’arancia faccia al caso mio: il dolce dell’arancia è un contorno (l’amore) che serve a smorzare il gusto forte della selvaggina (il rancore, l’odio, il rimorso). Per palati fini, o forse per chi ha semplicemente fame.

Per concludere ci potrebbe regalare una sua ricetta? Quella che le riesce meglio?
Non ho una ricetta che mi riesce meglio, e non ho un piatto forte da offrire. Capita di rado che io prepari più di due volte nell’anno lo stesso piatto. Ma a questa ricetta sono affezionato perché è un’idea che mi è venuta in spiaggia, due anni fa, e ho cercato di crearla mettendo assieme un po’ di conoscenze culinarie. Il risultato è sorprendente, perché mi permette di cucinare l’agnello senza doverlo fare arrosto. Qui è tradizione l’agnello arrosto, ma io al forno non lo faccio per non impestare la casa dell’odore, e fuori non mi sono ancora attrezzato con il barbecue.

AGNELLINO E CECI
Ingredienti per tre adulti
-          Agnellino da latte: un quarto (circa 2 Kg), meglio se è la parte con il cosciotto;
-          Ceci: 250 grammi (da fare ammorbidire in acqua non salata per almeno otto ore);
-          Scalogno: uno;
-          Pomodori freschi: circa 400 grammi (sbucciati e tagliati a cubetti);
-          Brodo di carne caldo: un litro (preferibile il brodo di agnello, ma uso anche quello di dado leggero, fatto con un dado ogni litro d’acqua);
-          Sale: tre prese;
-          Olio extravergine d’oliva: 8 cucchiai.
Attrezzatura particolare
-          Una casseruola in alluminio (o materiale antiaderente) da 40 centimetri di diametro, dotata di coperchio;
-          Una mannaietta per spezzare le ossa;
-          Coltelli ben affilati per le parti di solo muscolo;
Preparazione
Pezzare la carne in tocchi non troppo piccoli, all’incirca 7-8 centimetri. Far rosolare a fuoco vivo nell’olio i pezzi di carne su tutti i lati. Quando la carne ha un colore dorato, unire lo scalogno tritato e i quadrati di pomodoro. Continuare a rosolare ancora per cinque minuti, poi aggiungere il brodo caldo e salare, quindi aggiungere i ceci scolati.
Portare a ebollizione, abbassare la fiamma, cuocere scoperto e a fuoco medio per circa 75 minuti, mescolando di tanto in tanto, o comunque fino a che il brodo non sarà consumato quasi del tutto.
Servire caldo, ma non bollente. Se è possibile, far raffreddare completamente il preparato e riscaldare sul fornello, per un sapore più corposo.

Quale complimento le piace di più come cuoco?
Non amo i complimenti, preferisco un sincero apprezzamento. La parte migliore dei pranzi e delle cene che offro, è quando un invitato fa la radiografia di una mia preparazione e cerca di scoprirne i segreti. Poi di solito mi chiedono la ricetta, e io non ho nessuna remora nel regalarla. Questo è quello che mi piace. Se qualcuno ti chiede la ricetta di quello che ha mangiato, lo fa perché ha gradito.

E come scrittore?
Stesso discorso, anche se non ho ricette per scrivere. Non amo i complimenti diretti, in nessun caso. Meglio parlare coi fatti, con me. Diciamo che (per parafrasare Facebook) sono un uomo da “mi piace” e non da “commenta”. Però apprezzo quando un lettore mi avvicina a un autore che, secondo me, in qualche modo è stato richiamato nel libro. Per esempio, a proposito di Bentesoi, qualcuno ha avuto la sfrontatezza di accostarmi a un certo Cornel Woolrich. Spero che, dove si trova lui adesso, non lo venga mai a sapere.

Che frase tratta dalla sua opera o dalla sua esperienza di scrittore possiamo portarci nel cuore uscendo dalla sua cucina?
Direi un piccolo stralcio tratto da un dialogo a metà della storia, se non altro perché parla proprio di agnelli.
— Il dopo non sappiamo neanche se esiste. Perché rischiare di non avere nessuna giustizia? Almeno quella terrena ce la prendiamo, per quella divina ci penseremo a suo tempo.
— Discorso ateo, o forse agnostico, non ricordo mai la differenza.
— Agnostico, visto che stiamo parlando di agnelli.
Ecco, uscendo dalla mia cucina potete portarvi via tutto ciò che avete mangiato, ma soprattutto mettervi in tasca un po’ di ironia, che anche nei momenti più cupi aiuta a vedere un mondo meno invivibile. Senza ironia, anche le batterie scariche del telecomando diventano un televisore nuovo.


Grazie per la sua disponibilità                                                                           
Grazie a voi, e buon appetito

6 commenti:

  1. Bella e curiosa intervista, Federica Gnomo, a un bravo scrittore nonché amico :-)
    In realtà, tra le righe, amici entrambi @.@
    Complimenti x due!!!
    Marina Paolucci

    RispondiElimina
  2. Nella ricetta mi appare una serie di codici incoprensibili. Capita solo a me?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Devi aver scoperto il codice segreto... in realtà nella ricetta è celato il 22.esimo segreto di Fatima...

      Elimina
  3. Sì,Carlo, penso di sì, capita solo a te. Io la leggo

    RispondiElimina

Ti è piaciuto il post? Lascia un commento :)